Gustave Doré, La bolgia dei simoniaci (1861)

 

O Simon mago, o miseri seguaci

che le cose di Dio, che di bontate

deon essere spose, e[1] voi rapaci[2]

 

per oro e per argento[3] avolterate[4],

or convien che per voi suoni[5] la tromba,

però che ne la terza bolgia state.

 

Già eravamo, a la seguente tomba,

montati de lo scoglio in quella parte

ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba[6].

 

O somma sapienza[7], quanta è l’arte

che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,

e quanto giusto[8] tua virtù comparte[9]!

 

Io vidi per le coste e per lo fondo

piena la pietra livida di fóri,

d’un largo tutti e ciascun era tondo.

 

Non mi parean men ampi né maggiori

che que’ che son nel mio bel San Giovanni,

fatti per loco d’i battezzatori[10];

 

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,

rupp’io per un che dentro v’annegava:

e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.

 

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava

d’un peccator li piedi e de le gambe

infino al grosso, e l’altro dentro stava.

 

Le piante erano a tutti accese intrambe;

per che sì forte guizzavan le giunte,

che spezzate averien ritorte e strambe.

 

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte

muoversi pur su per la strema[11] buccia,

tal era lì dai calcagni a le punte.

 

«Chi è colui, maestro, che si cruccia

guizzando più che li altri suoi consorti[12]»,

diss’io, «e cui più roggia fiamma succia»?.

 

Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti

là giù per quella ripa che più giace,

da lui saprai di sé e de’ suoi torti».

 

E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:

tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto[13]

dal tuo volere, e sai quel che si tace».

 

Allor venimmo in su l’argine quarto:

volgemmo e discendemmo a mano stanca[14]

là giù nel fondo foracchiato e arto.

 

Lo buon maestro ancor de la sua anca

non mi dipuose, sì[15] mi giunse al rotto

di quel che si piangeva con la zanca[16].

 

«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,

anima trista come pal commessa[17]»,

comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto»

 

Io stava come ’l frate che confessa

lo perfido[18] assessin[19], che, poi ch’è fitto,

richiama lui, per che la morte cessa.

 

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,

se’ tu già costì ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

 

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio

per lo qual non temesti tòrre[20] a ’nganno

la bella donna, e poi di farne strazio?».

 

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,

per non intender ciò ch’è lor risposto,

quasi scornati, e risponder non sanno.

 

Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:

«Non son colui, non son colui che credi»;

e io rispuosi come a me fu imposto.

 

Per che lo spirto tutti[21] storse i piedi;

poi, sospirando e con voce di pianto,

mi disse: «Dunque che a me richiedi?

 

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,

che tu abbi però la ripa corsa,

sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;

 

e veramente fui figliuol de l’orsa,

cupido sì per avanzar li orsatti,

che sù l’avere e qui me misi in borsa.

 

Di sotto al capo mio son li altri tratti

che precedetter me simoneggiando,

per le fessure de la pietra piatti.

 

Là giù cascherò io altresì quando[22]

verrà colui ch’i’ credea che tu fossi

allor ch’i’ feci ’l subito dimando.

 

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi

e ch’i’ son stato così sottosopra,

ch’el non starà piantato coi piè rossi:

 

ché dopo lui verrà di più laida opra

di ver’ ponente, un pastor sanza legge,

tal che convien che lui e me ricuopra.

 

Novo Iasón sarà, di cui si legge

ne’ Maccabei; e come a quel fu molle

suo re, così fia lui chi Francia regge».

 

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,

ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:

«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle

 

Nostro Segnore in prima da san Pietro

ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa[23]?

Certo non chiese se non «Viemmi retro».

 

Né Pier né li altri tolsero a Matia

oro od argento, quando fu sortito[24]

al loco che perdé l’anima ria.

 

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;

e guarda ben la mal tolta moneta

ch’esser ti fece contra Carlo ardito.

 

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta

la reverenza delle somme chiavi

che tu tenesti ne la vita lieta,

 

io userei parole ancor più gravi;

ché la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.

 

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,

quando colei che siede sopra l’acque

puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

 

quella che con le sette teste nacque,

e da le diece corna ebbe argomento,

fin che virtute al suo marito piacque.

 

Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento;

e che altro è da voi a l’idolatre,

se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?

 

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco[25] patre!».

 

E mentr’io li cantava[26] cotai note,

o ira o coscienza che ’l mordesse,

forte spingava con ambo le piote.

 

I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,

con sì contenta labbia sempre attese

lo suon de le parole vere espresse.

 

Però con ambo le braccia mi prese;

e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,

rimontò per la via onde discese.

 

Né si stancò d’avermi a sé distretto,

sì men portò sovra ’l colmo de l’arco

che dal quarto al quinto argine è tragetto[27].

 

Quivi soavemente spuose il carco,

soave per lo scoglio sconcio ed erto

che sarebbe a le capre duro varco.

 

Indi un altro vallon mi fu scoperto.

 

 

[1] Costruzione detta “paraipotattica”. Si tratta cioè di un procedimento sintattico in cui una proposizione subordinata (ipotattica), in questo caso quella retta dal verbo “avolterate”, è modificata dall’inserzione di un elemento tipico della coordinazione (o paratassi), in questo caso la congiunzione “e”.

[2] Non solamente – come nell’uso moderno – gli uccelli (rapaci), ma tutti gli animali da preda (e per metafora gli uomini), dal latino rapio (“porto via con violenza, sottraggo”).

[3] Figura retorica della sineddoche: in questo caso “oro e argento” valgono “ricchezze”, e quindi la parte per il tutto.

[4] Forma popolare per “adulterate”; dal tardo latino *abulterium (< latino classico adulterium), con passaggio dalla labiale alla fricativa (b > v).

[5] I commentatori sono incerti se si tratti di una 3a singolare (con soggetto “tromba”) o di una 1a singolare (con soggetto sottinteso “io” e “tromba” complemento oggetto). Ragioni esegetiche (cioè relative al commento) fanno preferire la prima ipotesi, poiché si ricorda l’immagine del suono della tromba del Giudizio finale.

[6] Col valore letterale di “scende a piombo”, cioè perpendicolarmente.

[7] Perifrasi per indicare Dio, il cui nome non è mai esplicitamente pronunciato – né scritto – nel contesto dell’inferno.

[8] Come anche in altri passi, abbiamo l’aggettivo con valore avverbiale (“giustamente”).

[9] Letteralmente “divide in parti uguali”, cioè assegna, con giustizia, i premi ed i castighi.

[10] Plurale di “battezzatorio”, cioè “fonte battesimale”, e non di “battezzatore” (colui che battezza).

[11] Forma arcaica (con aferesi) per “estrema”: la troviamo ancora oggi come base del verbo “stremare” (e del participio-aggettivo “stremato”), per indicare “ridotto all’estremo”, o anche in forme quali “allo stremo delle forze, delle capacità”…

[12] Non col valore odierno, circoscritto, di “sposi” (specie al singolare: “la mia consorte”), ma con quello più etimologicamente ampio di “persona che condivide lo stesso destino” (< lat. cum + sorte).

[13] Anche qui col valore etimologico di “non mi divido, non mi stacco” (lett. “vado via dalla parte”).

[14] “Stanca” o “manca” sono due modi per indicare la mano (o più ampiamente la parte) sinistra, partendo dall’osservazione che essa è più debole (tranne, ovviamente, nelle persone mancine) della destra. Osserviamo inoltre che ancora oggi (come già allora) si usa metaforicamente l’immagine della “mano” per indicare la direzione (pensiamo a “tenere la mano” o “procedere contromano”).

[15] Col valore temporale di “finché”.

[16] “Zanca” (o “cianca”) è termine dialettale per indicare la parte inferiore della gamba (cioè il polpaccio), ma qui vale per metonimia tutta la gamba. Il suo etimo è, attraverso il latino medievale zanca, dal bizantino tzanga (ζάγγα), che indicava una calzatura tipica degli imperatori.

[17] Participio dal verbo latino committere, “affidare” e poi “inserire, infilare”.

[18] Letteralmente “spergiuro, traditore”, dal latino per + fidem (“contro la lealtà”).

[19] Interessante l’etimo di questo termine, che si rifà alle vicende (narrate anche da Marco Polo nel Milione) di al-Hasan ibn as-Sabbah, conosciuto come “Veglio della montagna”, capo nel secolo XII della setta eretica musulmana ismailita detta “degli assassini”, che uccidevano su suo ordine e che avevano una assoluta dedizione nei suoi confronti, dedizione dovuta anche all’uso dell’hascish (donde appunto hashashin), che ne obnubilava la coscienza rendendoli supini esecutori degli ordini del loro capo.

[20] Come il latino uxorem ducere, la forma “tòrre (togliere, prendere) una donna” vale “sposare”: immagine metaforica usata per indicare, come nelle opere dei mistici e dei teologi medievali, l’unione di Cristo (di cui il Papa è il rappresentante visibile in terra) con la Chiesa (la donna).

[21] Ancora una volta l’aggettivo con valore avverbiale: “tutti” vale qui “completamente, fortemente”.

[22] Verso caratterizzato da ben tre parole tronche (lagiù-cascherò-altresì) e da enjambement col successivo (quando/ verrà), cosa che alcuni commentatori intendono come espressione del desiderio del poeta di esprimere l’esitazione e l’affanno dovuti alla difficoltà che l’anima ha a parlare.

[23] Forma arcaica per indicare “potere, dominio”. Attualmente è usato solamente in forme come “essere in balia della sorte” et similia (essere sottomesso a, in potere della sorte). Da questo termine deriva il nome della carica pubblica medievale di “balivo” (colui che regge, che ha in potere).

[24] Dal latino sortior, cioè tirare le sortes, e quindi “avere in sorte”.

[25] In posizione predicativa, con valore fortemente connotativo: Silvestro fu il primo Papa a diventare, ad essere ricco, grazie alla donazione (“dote”) di Costantino.

[26] Ancora nell’uso attuale ci serviamo del verbo “cantare” per significare, in modo connotativo, il dire con chiarezza, e senza mezzi termini né giri di parole, la verità.

[27] Dal latino traiectus (participio passato dal verbo traicere), cioè “gettare tra una cosa e l’altra”, e quindi particolarmente indicato per significare un ponte tra un argine e l’altro.

 

 

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