Gustave Doré, Ciampòlo di Navarra (1861)

 

Io vidi già cavalier muover campo[1],

e cominciare stormo[2] e far lor mostra,

e talvolta partir per loro scampo;

 

corridor vidi per la terra vostra,

o Aretini, e vidi gir gualdane[3],

fedir torneamenti e correr giostra[4];

 

quando con trombe, e quando con campane,

con tamburi e con cenni di castella,

e con cose nostrali e con istrane[5];

 

né già con sì diversa cennamella[6]

cavalier vidi muover né pedoni,

né nave a segno di terra o di stella.

 

Noi andavam con li diece demoni.

Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa

coi santi, e in taverna coi ghiottoni[7].

 

Pur a la pegola era la mia ‘ntesa,

per veder de la bolgia ogne contegno

e de la gente ch’entro v’era incesa.

 

Come i dalfini, quando fanno segno

a’ marinar con l’arco de la schiena,

che s’argomentin di campar lor legno,

 

talor così, ad alleggiar la pena,

mostrav’alcun de’ peccatori il dosso

e nascondea in men che non balena.

 

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso

stanno i ranocchi pur col muso fuori,

sì che celano i piedi e l’altro grosso,

 

sì stavan d’ogne parte i peccatori;

ma come s’appressava Barbariccia,

così si ritraén sotto i bollori.

 

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,

uno aspettar così, com’elli ’ncontra

ch’una rana rimane e l’altra spiccia;

 

e Graffiacan, che li era più di contra,

li arruncigliò le ’mpegolate chiome

e trassel sù, che mi parve una lontra.

 

I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,

sì li notai quando fuorono eletti,

e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.

 

«O Rubicante, fa che tu li metti

li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,

gridavan tutti insieme i maladetti.

 

E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,

che tu sappi chi è lo sciagurato

venuto a man de li avversari suoi».

 

Lo duca mio li s’accostò allato;

domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose:

«I’ fui del regno di Navarra nato.

 

Mia madre a servo d’un segnor mi puose,

che m’avea generato d’un ribaldo,

distruggitor di sé e di sue cose.

 

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:

quivi mi misi a far baratteria;

di ch’io rendo ragione[8] in questo caldo».

 

E Ciriatto, a cui di bocca uscia

d’ogne parte una sanna come a porco[9],

li fé sentir come l’una sdruscia.

 

Tra male gatte era venuto ’l sorco;

ma Barbariccia il chiuse con le braccia,

e disse: «State in là, mentr’io lo ’nforco».

 

E al maestro mio volse la faccia:

«Domanda», disse, «ancor, se più disii

saper da lui, prima» ch’altri[10] ’l disfaccia».

 

Lo duca dunque: «Or dì : de li altri rii

conosci tu alcun che sia latino

sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,

 

poco è, da un che fu di là vicino.

Così foss’io ancor con lui coperto,

ch’i’ non temerei unghia né uncino!».

 

E Libicocco «Troppo avem sofferto»,

disse; e preseli ’l braccio col runciglio,

sì che, stracciando, ne portò un lacerto.

 

Draghignazzo anco i volle dar di piglio

giuso a le gambe; onde ’l decurio loro

si volse intorno intorno con mal piglio.

 

Quand’elli un poco rappaciati fuoro,

a lui, ch’ancor mirava sua ferita,

domandò ’l duca mio sanza dimoro:

 

«Chi fu colui da cui mala partita

di’ che facesti per venire a proda?».

Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,

 

quel di Gallura, vasel d’ogne froda,

ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,

e fé sì lor, che ciascun se ne loda.

 

Danar si tolse, e lasciolli di piano[11],

sì com’e’ dice; e ne li altri offici anche

barattier fu non picciol, ma sovrano.

 

Usa con esso donno Michel Zanche

di Logodoro; e a dir di Sardigna

le lingue lor non si sentono stanche.

 

Omè, vedete l’altro che digrigna:

i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello

non s’apparecchi a grattarmi la tigna».

 

E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello

che stralunava li occhi per fedire,

disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».

 

«Se voi volete vedere o udire»,

ricominciò lo spaurato appresso

«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;

 

ma stieno i Malebranche un poco in cesso[12],

sì ch’ei non teman de le lor vendette;

e io, seggendo in questo loco stesso,

 

per un ch’io son, ne farò venir sette[13]

quand’io suffolerò, com’è nostro uso

di fare allor che fori alcun si mette».

 

Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,

crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia

ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».

 

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,

rispuose: «Malizioso son io troppo,

quand’io procuro a’ mia maggior trestizia».

 

Alichin non si tenne e, di rintoppo

a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,

io non ti verrò dietro di gualoppo,

 

ma batterò sovra la pece l’ali.

Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,

a veder se tu sol più di noi vali».

 

O tu che leggi, udirai nuovo ludo[14]:

ciascun da l’altra costa li occhi volse;

quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.

 

Lo Navarrese ben suo tempo colse;

fermò le piante a terra, e in un punto

saltò e dal proposto lor si sciolse.

 

Di che ciascun di colpa fu compunto,

ma quei più che cagion fu del difetto;

però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».

 

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto

non potero avanzar: quelli andò sotto,

e quei drizzò volando suso il petto:

 

non altrimenti l’anitra di botto,

quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,

ed ei ritorna sù crucciato e rotto.

 

Irato Calcabrina de la buffa,

volando dietro li tenne, invaghito

che quei campasse per aver la zuffa;

 

e come ’l barattier fu disparito,

così volse li artigli al suo compagno,

e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.

 

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno[15]

ad artigliar ben lui, e amendue

cadder nel mezzo del bogliente stagno.

 

Lo caldo sghermitor sùbito fue;

ma però di levarsi era neente[16],

sì avieno inviscate l’ali sue.

 

Barbariccia, con li altri suoi dolente,

quattro ne fé volar da l’altra costa

con tutt’i raffi, e assai prestamente

 

di qua, di là discesero a la posta;

porser li uncini verso li ’mpaniati,

ch’eran già cotti dentro da la crosta;

 

e noi lasciammo lor così ‘mpacciati.

 

[1] “Mettersi in marcia”: latinismo sintattico (< castra movere).

[2] Germanismo (< sturm), col valore di “assalto, combattimento”.

[3] Altro germanismo, da Woldan (“impeto guerresco”, nel significato di “scorrerie, saccheggi”, a cavallo.

[4] I due termini (torneamenti e giostra) non sono propriamente sinonimi, in quanto entrambi significano combattimenti fittizi fatti per feste e giochi, ma il primo indica lo scontro a squadre, mentre il secondo una tenzone di singoli cavalieri.

[5] Nel senso di “straniere”.

[6] O “ciaramella”: si tratta di uno strumento musicale, utilizzato negli eserciti, fatto di un insieme di canne; dal francese chalemel o chanemele, a sua volta dal latino calamellus, diminutivo di calamus (“canna”).

[7] Nell’italiano medievale il termine aveva una gamma di significati più ampia che non ora, volendo indicare anche “furfante, scapestrato, poco di buono”.

[8] Latinismo sintattico, da reddere rationem, cioè “pagare il fio”.

[9] È evidentemente, per antonomasia, il porco selvatico, cioè il cinghiale, altrimenti non si spiegherebbero le “sanne”, cioè i lunghi denti.

[10] Nell’uso medievale “altri” poteva anche significare – come qui – “io”.

[11] Formula giuridica del tempo per indicare “senza processo” o “con procedimento sommario” (latino de planu; sardo di pianu).

[12] “In cesso” è formula avverbiale per indicare “in disparte”, dal verbo latino cessare (“allontanarsi”), frequentativo di cedere. Di medesimo etimo è il sostantivo popolare “cesso”, che equivale – infatti – al termine più elevato “ritirata”.

[13] Numerale con valore indefinito (“parecchi, molti”), probabilmente con riferimento alla sacralità, fin dai tempi antichi, del numero sette. Rileviamo, per curiosità, che mentre in italiano moderno si usano forme iperboliche quali “cento”, “mille”, “milioni”, il latino era solito usare trecenti (300) o sescenti (600).

[14] Ricordiamo che il termine latino ludus (> ludo) vale sia “gara, gioco” che “scherzo”, significati entrambi plausibili in questo contesto; senza dimenticare – tuttavia – che un suo ulteriore valore (“rappresentazione teatrale di carattere scherzoso”; cfr. il ludus de morte Claudii, una satira drammatica che, attribuita al filosofo Seneca, è nota anche come Apokolokyntosis) potrebbe adattarsi altrettanto bene a questa scena, giocata tra dannati e diavoli, di carattere “drammatico”.

[15] Questo termine, che per noi è aggettivo determinativo (“viso grifagno”, “occhi grifagni”, “espressione grifagna”), al tempo di Dante aveva anche il ben preciso compito, nel lessico della falconeria, di indicare lo sparviero adulto, già pronto per la caccia.

[16] “Essere neente (niente)” nell’italiano medievale valeva “essere impossibile”.

 

 

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