«Allora la maggior parte di noi chiusi nel reticolato, aveva dimenticato che, tutt’attorno alla siepe c’erano uomini che nascevano, vivevano, morivano, pensavano, amavano. Aveva dimenticato che, al di là del filo spinato esistevano l’arte, la carità, l’etica, l’avvenire, la filosofia, la storia e l’estetica. Si era convinta che tutto il mondo fosse ridotto ai pochi palmi di sabbia delimitati dalla siepe e, persa la nozione dei grandi spazi e delle cose eterne, aveva adeguato l’occhio e la mente alle angustie del suo nuovo mondo. E così, la maggior parte di noi era arrivata a discutere giorno e, di grammi, ma già il grammo sembrava qualcosa di troppo grande, e già taluno pensava, probabilmente, a nuovi orizzonti che si sarebbero aperti passando nel campo delle molecole e degli atomi. […] Il capitano Novello dipinse e ritagliò sul cartone un grande Presepe con angeli e campane e, sullo sfondo, un paesaggio delle nostre terre, e, fra i pastori adoranti, un gruppo di internati. Quando, dopo tanto tempo, rivedemmo le nostre valli e ci lasciammo, ci dividemmo in cinque i pezzi del presepe: a Novello lo sfondo, a Rebora il gruppo degli internati, a Malarini la schiera dei pastori, a Malavasi il tetto della capanna con gli angeli e le campane, a me il gruppo col Bambinello e il resto della capanna.» Il brano inedito è tratto dal racconto Il Presepe, scritto da Giovannino Guareschi, pubblicato per volere di Alberto e Carlotta, i suoi figli.

È il primo anno di prigionia dell’Internato militare italiano 6865, ovvero di Guareschi stesso che si trova, nel Natale 1943, nel lager di Beniaminowo, villaggio della Polonia. L’autore s’invola nel futuro per dimenticare il doloroso presente e, allo stesso tempo, per coltivare la speranza di far ritorno a casa, in patria. Allora diventano indispensabili le tradizioni: il Presepe, la “letterina della Vigilia” e il pranzo di Natale.

Sono trascorsi 50 anni dalla sua scomparsa e Giovannino è presente con i suoi scritti, con le sue vignette, i suoi disegni, i suoi film per dire che no, fede, famiglia, valori della patria, non possono essere cancellati da nessun regime, personale o democratico che sia. Come strenna natalizia quest’anno consigliamo di donare uno straordinario volume, Giovannino nei Lager, ricco di testi, illustrazioni, fotografie, ripubblicato quest’anno da Rizzoli (pp. 460, € 35) e curato nel 2013 da Alberto e Carlotta Guareschi. Qui troviamo La favola di Natale, Diario clandestino 1943-1945 e Ritorno alla base, tre capolavori, nei quali è riconoscibile la cristiana maestria di chi sa trarre il bene dal male e nel farlo utilizza gli strumenti della ragione, della coscienza del giusto e dell’ingiusto, ma anche della fiaba e della poesia.

Sotto il racconto Presepe, possiamo assaporare umiltà, fede e cuore di un uomo saggio che rimase se stesso sempre, nonostante i marosi della sua esistenza, ricca di nobili e trascendenti contenuti, un progetto su carta da pacchi di un piccolo Presepe personale: sullo sfondo si può notare la scuola di Marore, dove la sua famiglia era sfollata per fuggire dai bombardamenti su Milano.

Dall’Archivio Guareschi è sgusciata la Letterina di Natale, scritta e illustrata da Papà Guareschi e che i figli hanno pubblicato nel volume. È datata 24 dicembre 1943. Essa è diretta ai compagni di sventura nel tenere viva la speranza di ritornare alle proprie case. Intanto le parole di Guareschi sono mirabili gocce balsamiche per le famiglie di oggi: aperte ferite di un tempo che non conosce più dolcezze di questa portata, dove il sacro si unisce al calore domestico. I disegni rappresentano il panettone «Motta», il Duomo di Milano, che ci parla della fiducia nella Divina Provvidenza, il camino patriottico, dal quale fuoriesce il fumo che forma lo stivale dell’Italia.

E poi c’è l’invito a rimanere fedeli al giuramento di fatto al Re, rifiutandosi di collaborare con il Terzo Reich «per essere degno della Mamma», rappresentata come una Regina con lo scudo e lo stemma sabaudo sul tricolore. Infine, per completare il sofferto Natale, sublimato dal cuore cattolico e artistico

di Giovannino, arriva la cartolina-menù del pranzo di Natale, dove si è autoritratto mentre osserva un angioletto che, seduto sui ramni di un albero invernale, senza foglie, ma ricco di uccellini variopinti e natalizi, gli porge come primo piatto i Fagioli alla Malavasi. Ad accompagnare questa illustrazione una conversazione che Guareschi lesse la sera del 24 dicembre 1943 alla Baracca 18, il 25 e il giorno di Santo Stefano alla Baracca 9 e il pomeriggio del 27 all’infermeria per i malati. Con sagacia, Guareschi trasforma quel lugubre luogo in un’isola di pace e di serenità, traendo il bene dal male e con la fantasia allieta i giorni natalizi degli sventurati come lui: «Il capitano Jacobacci era l’arguto alchimista della razione viveri: tutto si trasformava miracolosamente nelle sue mani e la più squallida zuppa diventava a piacere flan, pasticcio, sformato, budino, focaccia».

Che dire poi di quella geniale e grottesca sfilata di “moda” delle divise più caratteristiche  del lager per strappare un sorriso ai suoi coinquilini, disegnata nel 1944 nel campo tedesco di Wietzendorf? 

Per riuscire a vivere il lager come lo visse lui, con fede, speranza, carità, aveva un segreto: metteva in pratica il Vangelo.

 

 

 

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