Ricevo una lettera da un amico sacerdote, parroco in un paese di media grandezza della nostra provincia italiana: «Vedo quante persone che anni fa venivano alla domenica a Messa non vengono più. Ma anche le famiglie, i bambini a catechismo… Quest’anno è la prima volta che vedo meno gente alla Messa di Natale, sia la notte che il giorno. E poi non è così facile vivere accanto ai preti, al Vescovo… Non voglio citare il titolo del film “Non ci resta che piangere”, ma certamente se non ci resta che piangere, non c’è senz’altro da ridere».

Non è l’unica lettera di questo tenore che ricevo: altri parroci mi dicono la stessa cosa: le chiese si stanno svuotando. Per non parlare dei giovani. Mi dicevano che oggi come oggi avere dei gruppi giovanili che frequentano la parrocchia è un lusso che ben poche parrocchie vantano. E pensare che quando io ero giovane (certo non mille anni fa) bastava andare in parrocchia ogni sera, e si trovavano torme di giovani che gravitavano attorno al campanile. Erano tutti credenti, e vi erano varie attività, naturalmente tutte seguite dal sacerdote “cappellano”, che aveva il compito appunto di seguire i giovani. Oggi questi gruppi giovanili non esistono più.

Un cappellano lombardo mi diceva che vengono ragazzi a giocare a calcio in oratorio nella sua parrocchia, ma non sono per nulla interessati alla Chiesa, alla Messa, alla catechesi, alla preghiera, e le famiglie sono contente così, perché almeno “non stanno sulla strada”. Questi ragazzi usano un linguaggio da carrettieri, comprese le bestemmie; vengono musulmani e giovani completamente indifferenti alla vita di Chiesa; ma guai ad allontanarli: quello che conta oggi è l’aggregazione. Il paradosso è anche questo: guai a parlare di Gesù! O, per lo meno, guai a porlo come condizione necessaria per frequentare luoghi e locali parrocchiali: quelli che non credono si potrebbero offendere, e il sacerdote si troverebbe subito in contrasto col parroco o con il Vicario foraneo, che lo richiamerebbe immediatamente ai valori dell’accoglienza, dell’accompagnamento, e via dicendo.

Il recente sinodo sui giovani non ha dato – era da supporre – alcuna scossa. Abbiamo sentito degli slogan del tipo «Non lasciatevi rubare i vostri sogni», che ci potremmo aspettare da qualche leader di piazza in cerca di consensi, ma niente altro di importante. Che sogni, poi? Ovviamente sempre quelli inerenti la vita terrena: il lavoro, la giustizia, la casa, eccetera. Tutte cose nelle quali Gesù non ha a che fare, perché fino a prova contraria Egli è «Colui che toglie i peccati del mondo», e i peccati sono sempre qualcosa di personale, che si fronteggiano in un tu per tu con il Salvatore, in un processo di divinizzazione nello Spirito Santo e nella rinuncia allo spirito del mondo. Conversione, preghiera, adorazione, sacrificio, eccetera, non sono state parole frequenti in questa panacea di discorsi retorici sui giovani.

Siamo alla frutta: la struttura della parrocchia, in quanto tale, non regge più. E di fatto i risultati sono sotto i nostri occhi: la gente va sempre meno alla Messa, si confessa sempre meno (un parroco di una grande parrocchia mi diceva che sotto Natale ha fatto quattro confessioni, dicasi quattro!), quindi Dio non è più il centro della vita di coloro che ancora si professano cristiani.

Questo non è pessimismo, catastrofismo, apocalittiscimo… È la realtà dei fatti, occorre guardare alla situazione con obiettività. Pensare che non sia così, non risolve la situazione. Si deve aggiungere che le ordinazioni sacerdotali sono in costante calo, che i sacerdoti anziani via via vengono meno… Il quadro è questo. Punto.

Bene, che cosa fare? Primo: prendere atto della situazione. Questo è l’insegnamento di Paolo a Timoteo. L’apostolo manda il discepolo come Vescovo in una zona nuova, e lo avverte: troverai uomini ribelli, ostili, ingrati, lontani dalla religione, litigiosi, adulteri, eccetera (cfr 2 Tm 3,2-5). Paolo invita a non scoraggiarsi, ma al tempo stesso dà la ricetta, ed è il nostro punto secondo: stai ancorato alla Tradizione. E la Tradizione è «quello che hai appreso da me» (v.14) e la lettura della Sacra Scrittura, che è utile per «insegnare, convincere, correggere, formare alla giustizia» (v.16).

Niente scoraggiamenti, dunque, perché questi non servono, e sono anzi dannosi. Proprio ora occorrono anime virili, alla santa Caterina da Siena, o alla Giacinta Marto di Fatima. Sento dire che per risollevare le sorti della Chiesa occorrono dei santi, e questo è vero, ma si tende con questo discorso ad aspettare che altri diventino santi mentre noi aspettiamo, angosciati se si vuole, ma seduti in poltrona. No, quei santi che il mondo si attende siamo noi. Se pensate ai santi delle bilocazioni o dei doni mistici straordinari, siete fuori strada, e l’attesa potrebbe essere ancora lunga. La piccola Giacinta, morta a 10 anni, ci insegna immediatamente il metodo e la via per diventare santi, rimanendo alla nostra portata, ossia facendo quello che possiamo fare. Ella non aveva le stimmate, non andava in bilocazione, non subiva percosse dal demonio. Ella semplicemente vide l’Inferno, solo per qualche secondo, e ne fu irrimediabilmente scossa: realizzò che fine facevano «i poveri peccatori» che non si emendavano e non tornavano sulla retta via. Per aiutare queste persone a non dannarsi, la Madonna suggerì a Giacinta di offrire tutti i piccoli atti di mortificazione che si presentavano e affacciavano alla mente della piccola, e di viverli per amore di Gesù. Uno di questi fu, per esempio, bere una tazza di latte caldo che la mamma le dava per cercare di alleviarla dai dolori della malattia: la piccola aveva un’invincibile ripugnanza per il latte, ma lo beveva per amore di Gesù. Aveva una razione di pane e companatico da consumare durante il giorno mentre faceva la guardia alle pecore: non lo mangiava e lo dava alle pecore stesse o a dei bambini mendicanti che ella aveva conosciuto. La cosa le costava molto! Le pesava da morire dover rispondere alle curiosità delle persone che, a torme, si riversavano su Fatima per vedere i pastorelli, ed ella si sottoponeva volontariamente a questi interrogatori inutili e alle curiosità. È difficile fare tutto questo? No. Tutto alla portata di tutti. Anche noi abbiamo la nostra tazza di latte, abbiamo la possibilità di non mangiare qualcosa che ci piace, di accogliere volentieri persone moleste. E questo, a ben pensare, è il metodo straordinario che la Chiesa propone: il piccolo atto di penitenza e sacrificio che, unito a quello del Cristo, arriva al cuore di Dio e permette il ravvedimento e la salvezza eterna di tanti uomini e donne.

Che cosa c’entra questo con san Paolo e la Sacra Scrittura? Le cose sono collegate perché l’amore è la dottrina del Vangelo. Ma l’amore vero, quello che ci costa sacrificio. Tutti gli altri discorsi, ora, non servono più.

È l’ora che si muova il popolo di Dio, l’esercito dei piccoli che ancora crede, spera, ama. Il popolo nutrito dai sacramenti della Chiesa, che soli operano la santificazione della nostra anima.

Andiamo a nutrirci alla sorgente pura della Chiesa: sacramenti, Sacra Scrittura, Tradizione. E poi proseguiamo nella giornata con piccoli e continui atti di penitenza, che agiscono sul cuore di Dio, in un colloquio continuo con Gesù. E se le chiese si svuotano, non smarriamoci. Dovrà rinascere, la Chiesa, con l’azione nascosta ma irresistibile dei piccoli. I quali, anche se non sanno nulla di teologia (vedi Giacinta Marto) sanno tutto di teologia.

 

 

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1 commento su “Il popolo dei piccoli: quei santi che il mondo attende”

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