Troppo spesso oggi si dimentica che il primo comandamento non è l’amore del prossimo, ma è l’amore di Dio. Non neghiamo certamente il comandamento dell’amore del prossimo, ma Gesù dice che questo comandamento è il secondo. Il primo è: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4).

Ma, ci domandiamo, come si fa ad amare Dio, se non lo si vede?

Sentiamo già la risposta: si deve amare Dio nei fratelli, compiendo verso di loro atti di carità come dar loro da mangiare, da bere, dar loro il vestito e assisterli nelle varie necessità, perché esiste pure la parola nel Vangelo: «Quello che avete fatto al più piccolo dei vostri fratelli, l’avete fatto a me».

Giusto.

Ma se uno è malato e costretto a stare tutta la vita in un letto, senza mai poter andare a dare da mangiare a nessuno, senza poter andare in carcere a visitare un prigioniero, senza alcuna possibilità di compiere il benché minimo atto di carità? Come fa questi – perché malato di sclerosi multipla o perché costretto a respirare con un polmone artificiale – ad amare Dio se gli è negato qualsiasi accesso al fratello?

Viene il sospetto allora che il primato di Dio non riguardi il prossimo, ossia amare Dio attraverso la mediazione del fratello, ma riguardi proprio l’amore per Dio in sè, in quanto tale, l’amore diretto, facciale.

Per vivere questo amore ci vuole la fede.

Non è vero che Dio non lo vediamo. Lo vediamo eccome. Se no, non potremmo amarlo. Non lo vediamo con le pupille degli occhi, ma con la fede. E la fede non è un dono per pochi privilegiati: è per tutti. Se poi c’è chi non la vuole, questo è un altro discorso, ma Dio si fa conoscere a tutti, perché è Padre (se non ci credete, leggete per convincervene i primi tre capitoli della Lettera di san Paolo ai Romani).

Leggevo in questi giorni la vita di Odette Vidal Vieira, una bimba brasiliana morta a 9 anni, nel secolo scorso. Nata nel 1930 a Rio de Janeiro, da una famiglia di agiati commercianti, fu educata cristianamente e imparò presto la devozione alla Madonna e un amore tutto particolare per la santa Messa. Spesso, ancora piccolissima, recitava   la giaculatoria: «Gesù io ti amo», che ripeté fino al momento della sua morte. Ricevette la prima Comunione il 15 agosto 1937; da quel momento, sembrava che non riuscisse a pensare ad altro. Quando Odette passava davanti al Crocifisso diceva: «Se io fossi stata là non l’avrei lasciato crocifiggere».

Una volta la madre le chiese: «Odette, che fai con il viso racchiuso nelle manine? Dormi?” – rispose – «No, mamma, ascolto Gesù, sono vicina a Lui e gli chiedo di portarmi in cielo!». Si ammalò nell’ottobre del 1939 di una forma virulenta di febbre tifoide. Rivelò una pazienza eroica durante l’infermità, mai una lacrima, mai un gemito. Quando le si chiedeva come stesse rispondeva sempre «bene». Qualche volta era come rapita in estasi e diceva: «Gesù è stato qui, ma non mi ha preso» – e ancora – «ma, mamma, ritornerà?». Per molti giorni non parlò e quando si riprese le sue prime parole furono: «Adesso, mamma, andiamo verso il Calvario».

Negli ultimi tempi parlava frequentemente di una grande festa della Madonna e che per l’occasione bisognava prepararle un vestito speciale. Diceva: «Nostra Signora sta nel giardino e mi aspetta per la grande festa di sabato; preparami il vestito bianco». Morì, naturalmente, il sabato seguente. La sera del giorno che ricevette il sacramento dell’unzione degli infermi, recitò più volte i versetti del salmo 22 «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla». Tutti furono meravigliati, compreso il sacerdote celebrante, di dove Odette avesse appreso le parole di quel salmo. All’alba del 25 novembre 1939 Odette, non potendo più parlare, fece capire con dei movimenti che voleva ricevere la santa Comunione; il sacerdote che era lì con lei le disse, con le lacrime agli occhi, che non si poteva comunicare perché non riusciva a deglutire, ma lei insisteva coi movimenti del volto; infine le diedero alcune gocce d’acqua che riuscì a mandar giù. Il sacerdote prontamente la comunicò con un piccolo frammento che lei riuscì subito ad assumere, e in questo modo ricevette il viatico. Prima che perdesse la parola ripeteva di sovente questa giaculatoria: «Mio Gesù io ti amo, e chiedo di amarti per tutta l’eternità».

Più recentemente, un altro bambino italiano, morto anch’egli a 9 anni di tumore osseo, ha fatto parlare di sé: Manuel Foderà, di Calatafimi (Trapani), morto nel 2010. A quattro anni recitava le litanie della Madonna, a cinque anni cominciò a dire il rosario tutti i giorni e piangeva a dirotto perché non poteva ricevere Gesù Eucaristia. Quando la mamma Enza a Messa tornava al posto dopo aver ricevuto l’Eucaristia, il piccolo Manuel si metteva a piangere, e inutilmente ella gli spiegava che a cinque anni era troppo piccolo per “ricevere l’Ostia”. Al che un giorno Manuel replicò: «Lo capite che se io non prendo l’Eucaristia, Gesù non può entrare in me? Lo capite?».

Pregava intensamente per le persone che non andavano a Messa ed erano lontane dai sacramenti. Una volta ricevuta la prima Comunione, meravigliava i suoi genitori per il raccoglimento che ne seguiva: si estraniava da tutto e da tutti e “parlava con Gesù” nel suo cuore. Scrisse una lettera al Vescovo di Trapani: «Vescovo, per favore, puoi dire ai tuoi sacerdoti di abituare tutti ad almeno cinque minuti di silenzio per poter parlare e ascoltare Gesù nel proprio cuore?».

Un giorno disse alla mamma: «Mamma, davvero esistono persone che non amano Gesù?».

Soffrì atroci dolori, ma diceva che in quel modo aiutava Gesù a salvare le anime: «Mamma, stai tranquilla, che mi passa. Io devo sopportare e Gesù mi aiuta. Tu non preoccuparti per me, che c’è Gesù». Poco prima della morte, la mamma gli disse: «Manuel, preghiamo. Preghiamo per te, che il Signore ti allevi un poco questa sofferenza». «Non mi scorderò mai come mi guardò in quel momento», narra la madre, «mi guardò poi mi disse: “Ma che dici? Lo sai che io non posso pregare per me stesso».

Le ultime parole che Manuel disse, col volto pieno di gioia e di luce, furono: «Me ne vado dal mio Gesù!». Aveva chiesto alla mamma di essere composto nella bara con la tunica della prima Comunione, e al posto del cuscino che vi fosse la Bibbia aperta sulla pagina del profeta Geremia (17,14): «Guariscimi, Signore, e io sarò guarito; salvami e io sarò salvato, perché Tu sei il mio vanto».

Anche Giacinta di Fatima morì a nove anni. Anche lei visse gli ultimi due anni offrendo tutte le sue sofferenze per amore di Gesù.

Questi tre bambini, nostri maestri, non fecero mai nulla di socialmente utile, non fecero volontariato, non diedero alcun bicchiere d’acqua a nessuno. Furono malati e soffrirono. Tutto qui. Ma vissero il primo comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore» in maniera ammirabile. E, avendo vissuto bene il primo comandamento, vissero bene naturalmente anche il secondo, quello dell’amore del prossimo, perché sapevano che le loro sofferenze erano offerte per la salvezza degli uomini.

 

 

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