Per comprendere che cosa siano l’uomo e la donna occorre comprendere che cosa sia la persona umana.

L’uomo[1] è, come dicevamo, un mammifero, ma si differenzia da tutti gli altri animali e, ovviamente, anche da quelli appartenenti alla sua classe, per il fatto di possedere un’anima razionale. Le bestie ne hanno una vegetativa, come le piante, ed una sensitiva, che permette loro di agire per raggiungere il piacere ed evitare il dolore; per «anima sensitiva» deve intendersi l’insieme degli istinti che ne governano il comportamento. Questo insieme può raggiungere gradi di complessità molto elevati, fino a condurre anche ad una certa raffinatezza dell’agire, come, ad esempio, nell’articolata eleganza dei felini nella caccia. In alcuni casi, poi, il comportamento animale può, addirittura, concretarsi in azioni che paiono di vero e proprio “sacrificio eroico” di sé; si pensi al cane che veglia il padrone morto, fino a morire, a sua volta, di inedia. Tutto ciò non può non suscitare, nelle persone più sensibili, una sorta di ammirato stupore: tanta complessa raffinatezza o un tale dono di sé paiono modelli a cui lo stesso uomo comune trova difficoltà a conformarsi e l’animale pare farlo con estrema naturalezza!

Oltre a ciò, animali della medesima specie manifestano differenti inclinazioni caratteriali, che potrebbero far pensare a loro differenti “personalità”. La complessità degli istinti di alcune specie animali, soprattutto riscontrata in quelli che hanno maggiore e più duraturo contatto con l’uomo, potrebbe quasi indurre a ravvisare una capacità razionale delle bestie o, almeno, di alcune di loro. Niente di tutto ciò è vero: gli animali agiscono unicamente per istinto e sono assolutamente incapaci di rielaborazione razionale. Questo non solo non esclude che l’anima sensitiva possa assumere livelli di elaborazione, a volte, molto elevati, ma, in un certo senso, lo postula: gli istinti devono governare tutto il comportamento dei membri della fauna e, conseguentemente, debbono poter rispondere a tutte le situazioni che si dovessero presentare; essi, quindi, hanno una loro perfezione, derivante dalla loro autosufficienza. Non si può che rimanere ammirati di fronte all’armonica complessità della divina creazione del mondo animale, nella quale ogni organismo, dal più semplice al più evoluto, viene guidato da un insieme di impulsi, capaci di adattarsi ad ogni circostanza, pur obbedendo a leggi universali.

Discorso diverso vale, come accennavamo, per l’essere umano. Egli è, infatti, dotato di un’anima razionale, che deve presiedere e governare il suo comportamento; ecco che gli istinti non possono più essere autosufficienti e, quindi, perdono la loro perfezione, proprio perché debbono obbedire all’anima razionale; si può affermare che, a differenza degli istinti animali, che sono, nella loro natura, perfetti, quelli umani necessitano del dominio della ragione, per poter svolgere appieno il loro compito: la persona, che non sottomette i propri istinti alla propria ragione, non diviene simile alla bestia, ma di gran lunga peggiore, poiché l’anima sensitiva di questa è perfetta, mentre la sua, non governata dall’anima razionale, si perverte, giungendo a sprofondare in abissi dai quali ogni animale si mantiene lontano.

Gli istinti, nell’uomo, servono a rendere più facile e, in molti casi, più gradevole l’adempimento dei propri doveri, conosciuti e comandati dalla ragione; il provare appetito, ad esempio, permette alla persona di nutrirsi e, conseguentemente, di mantenersi in vita. Esso, di fatto, non è altro che una specificazione del più generale istinto di sopravvivenza, il quale permette di essere sempre istintivamente richiamati al dovere di mantenerci vivi, presupposto necessario all’adempimento del sommo dovere di ciascuno, vale a dire quello di conformarsi in maniera sempre più perfetta alla propria natura, come già insegnava Aristotele (384-322 a.C.). E, sia detto per inciso, la natura umana è creaturale, vale a dire che l’essere umano è creatura di Dio e ciò è conoscibile dalla sola ragione, in quanto, tra gli attributi di Dio cui essa può e, quindi, deve giungere, vi è anche quello di creatore. Ciò significa che la perfezione della natura umana implica la sua dipendenza dall’Onnipotente. Anche l’essenziale istinto di base, che è quello di sopravvivenza, però, deve essere soggetto alla ragione, perché esistono casi, sia pure estremi, in cui soddisfare l’istinto di sopravvivenza diviene crimine contro la propria natura umana e, quindi, perversione dello stesso.

I casi estremi, nei quali è richiesto alla persona di assoggettare anche l’istinto di sopravvivenza al superiore dovere etico, sono quelli in cui il non farlo avrebbe il costo di corrompere la propria natura e, quindi, il rimanere in vita cesserebbe di divenire mezzo per il proprio perfezionamento, ma, al contrario, diverrebbe degradazione di sé. Sono quelle situazioni che il preciso linguaggio cattolico definisce come richiedenti il martirio[2]. È in questi casi che la natura umana si mostra con maggiore splendore.

L’essere umano è, come insegna Aristotele, sinolo[3] di anima e corpo. Questa unione, però, non è paritaria, ma ontologicamente[4] gerarchizzata. Il corpo è la materia di cui l’anima è forma; e ciò significa che è l’anima a rendere persona il corpo e, conseguentemente, questo, con tutto il suo apparato di istinti, può divenire uomo solo in unione con quella; senza l’anima, il corpo è una cosa, mentre l’anima, senza il corpo, è uno spirito. È, dunque, l’anima che dà forma al corpo, che, quindi, si deve conformare ad essa. E, ovviamente, gli istinti, che sono la “parte” del corpo che presiede all’operatività, si devono conformare alla ragione, che è la “parte” operativa dell’anima. In questa soggezione sta tutta l’etica.

L’etica, dal greco ἔθος (ethos), che significa comportamento, consuetudine, è la parte della filosofia che studia i fondamenti razionali dell’agire umano e, conseguentemente, i principi, in base ai quali un’azione sia giusta o ingiusta, lecita o illecita, conveniente o sconveniente. Essa è il “braccio operativo” della metafisica[5], in quanto permette all’essere umano di comportarsi correttamente nella realtà in cui si trova. Poiché le cose stanno in un certo modo, bisogna agire in una data maniera; se le cose stessero in un’altra, sarebbe necessario operare altrimenti. Risulta, quindi, del tutto evidente la dipendenza e la consequenzialità della morale dalla scienza dell’essere, che ci illustra la vera situazione umana.

Il relativismo post-illuminista pretende di distinguere l’etica dalla morale, attribuendo alla prima un carattere astratto applicabile ai diversi modelli di comportamento (morali, appunto), tra i quali gli individui e le comunità scelgono quello cui attenersi. Questo approccio già contraddice l’etimologia dei termini, in quanto la parola morale non è altro che la versione romana del greco etica, in quanto deriva dal latino mos, che, come il greco ἔθος, significa comportamento, consuetudine. Esso, inoltre, è assolutamente irrazionale, poiché, essendo universale nel tempo e nello spazio la natura umana, non può che essere universale anche l’etica che ne consegue; essa, poi, non può dettare uno schema astratto applicabile a diversi modelli di comportamento, ma si configura essa stessa come l’unico insieme di norme e principi compatibile con la natura umana.

Da tutto quanto detto, risulta chiaro come l’etica, essendo eminentemente razionale, riguarda solo gli esseri umani, in quanto sono gli unici, sulla terra, dotati di ragione. Essa, quindi, non può concernere gli animali, che, avendo un comportamento determinato dagli istinti, compiono azioni[6] che, non essendo dettate da piena avvertenza e deliberato consenso, non possono rivestire carattere morale, né in senso positivo, né in senso negativo. Tutto il problema etico si gioca sulla questione del libero arbitrio, vale a dire sul rapporto tra l’essere (il fare) ed il dover essere (il dover fare). Le bestie, quindi, non hanno il problema morale, che, come dicevamo, è essenzialmente umano. Di qui, l’importanza di considerare sempre, in ogni raffronto tra il comportamento degli uomini e quello degli animali questa sostanziale differenza.

(2 – continua)

 

 

[1] Il termine «uomo» è, ovviamente, utilizzato, qui e nel prosieguo dell’articolo, in senso lato, come sinonimo di essere umano e non solo di essere umano di sesso maschile.

[2] Il termine «martirio», dal greco μαρτύριον (martürion) = testimonianza, indica, appunto, la «testimonianza suprema», vale a dire quella data 8 con l’accettazione della morte (martirio rosso, dal colore del sangue) o di gravissime sofferenze, fisiche e/o spirituali, (martirio bianco, dal colore attribuito per simbolica analogia all’anima).

[3] Il termine «sinolo» è traduzione italiana del greco σύνολον (sünolon), che si compone di σύν (sün) = con di ὅλος (olos) = tutto, e sta ad indicare, da Aristotele in poi, l’essere che si concretizza nell’unione della materia, pura potenzialità, e della forma, che porta dalla potenza all’atto e, quindi, rende attualmente esistente la materia.

[4] L’ontologia è la branca della filosofia che studia l’essere, dal greco ὄντος (ontos), genitivo singolare di ὤν (on), participio presente del verbo εἰμί (eimì) = essere, e λόγος (logos) = ragionamento; letteralmente, quindi, significa «ragionamento sull’essere». L’aggettivo ontologico, quindi, si riferisce a tutto ciò che è costitutivo e necessario.

[5] La metafisica è la branca della filosofia che studia l’essere; il termine deriva dal greco μετά τα φυσικά (metà ta füsica) = al di là delle cose fisiche.

[6] Il verbo «compiere» ed il sostantivo «azioni» sono qui utilizzati in senso metaforico, alludendo unicamente alla materialità degli atti, senza alcun riferimento all’aspetto spirituale, che, stricto jure, ne è il presupposto.

 

 

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