Il 10 maggio scorso, Catherine Birmingham ha scritto scritto una lettera aperta, “festeggiando” la festa della mamma lontana dai suoi figli, nella più completa impotenza di stare al loro fianco in questo periodo così difficile e, soprattutto, senza poter dare conforto ad una delle sue bambine, ricoverata in ospedale da una settimana, per problemi respiratori. Grazie al cielo, ora la piccola sta meglio ed è tornata con la sorella gemella e suo fratello, nella casa-famiglia di Vasto.
La cosiddetta “Famiglia nel Bosco”, residente a Palmoli, è stata presa di mira unicamente per le condizioni umili in cui vivevano; una piccola casetta in mezzo al bosco, dove i genitori si procuravano legna e frutti nell’ambiente circostante e insegnavano ai loro tre bambini più le attività manuali che di studio. Insomma, un tipo di vita che lo Stato fa fatica ad accettare, o meglio non accetta affatto. Catherine Birmingham e suo marito Nathan Trevallion erano già sorvegliati dai Servizi Sociali per questa ragione, sebbene i tre bimbi seguivano regolarmente gli studi. L’occasione per strapparli ai loro genitori si presentò circa sei mesi fa, quando l’intera famiglia dovette recarsi in ospedale per un’intossicazione da funghi.
Da allora, la Famiglia nel Bosco è entrata nell’occhio del ciclone e i due coniugi sono stati accusati di tutto, dall’essere “inadeguati” per l’educazione dei loro figli (in particolar modo Catherine) all’essere anti-ecologici. Sono stati criticati persino per il fatto che abbiano un cavallo e un asino, sostenendo che l’ambiente familiare fosse troppo sporco, ostile e isolato per crescere tre bambini.
Il sostegno dei Servizi Sociali è ingenuamente causato dal fatto che la gente pensa che sia molto meglio l’istruzione pubblica che l’educazione familiare, a causa della propaganda ideologica che avvelena l’Italia da anni, ormai. Un’ideologia che porta allo sfaldamento completo della famiglia: niente più madre o padre, solo “genitore 1” e “genitore 2” o addirittura “genitore 3”; niente più madre o padre, solo strutture sociali dove trascorrere 10 ore al giorno per sei giorni alla settimana; niente più madre o padre, solo psicologi o “esperti”.
“Esperti” come i nostri assistenti sociali, i quali dimostrano pieno interesse nei confronti dei figli di Catherine e Nathan, ignorando il loro malessere, le loro paure, le loro ansie. Tutti stati d’animo arrivati, naturalmente, con l’allontanamento forzato dai genitori. I servizi sociali fanno un lavoro così accurato, da permette ad una bambina di soli 7 anni, ricoverata in ospedale da una settimana, di ricevere la visita della propria mamma solo per una, massimo due ore al giorno. Questa è una vita libera, per una bambina?
Perché i servizi sociali dovrebbero intervenire, se i bambini hanno già chi li accudisce? I genitori.
Sì, è successo che hanno subito un’intossicazione da funghi, ma l’intera famiglia è rimasta intossicata, non solo i bambini. È stato un incidente che, grazie a Dio (non ai servizi sociali) è finito bene. Ma solo un incidente.
E poi, se sono davvero così isolati o sprovveduti, non sarebbero mai riusciti a raggiungere l’ospedale in tempo. La Famiglia nel Bosco ha solo la “colpa” di vivere con le risorse che ha. Quante famiglie, nel mondo, vivono nelle stesse condizioni? O in condizioni anche peggiori? Rom e Sinti, per esempio, in quali condizioni igieniche e culturali vivono? Non hanno neppure fissa dimora, sono nomadi e spesso i loro bambini sono obbligati dai genitori a delinquere… Eppure queste famiglie restano unite, come NATURA UMANA comanda. Che senso ha essere genitori, se lo Stato ti impedisce di esserlo?
Eppure, allo Stato importa solo che quelle povere creature studino la “cultura italiana”. Ma la chiamate “cultura” ignorare le richieste disperate di tre bambini che altro non chiedono se non di vedere i propri genitori, che li amano?
La chiamate “cultura” giudicare i genitori in base al loro stato economico o, peggio ancora, ecologico?
La chiamate “cultura” lasciare una bambina in ospedale, senza permettere alla propria mamma di andare da lei?
La Famiglia del Bosco ha solo la “colpa” di vivere con le risorse che ha.
La nostra stessa e vera cultura, neanche un secolo fa, era nella povertà, nell’ambiente analfabeta, con i bambini che aiutavano i genitori a lavorare i campi, e non per curare l’ambiente, ma per potersi assicurare di poter mangiare la sera. Eppure, quei bambini erano felici, perché c’erano i loro genitori con loro: avevano la madre, che baciava le ferite, quando cadevano e si facevano male; avevano il padre, che insegnava loro il mestiere per quando sarebbero diventati grandi. Avevano una mamma e un papà! Gli unici al mondo che possono insegnarti che cos’è la vita, che è molto più importante della plastica o dei pannelli solari (che usano tutti).
Lo Stato, uno psichiatra, una struttura green a nove piani possono darti l’affetto di una mamma? Possono darti la sicurezza di un papà? No… Tutto ciò che fanno è solo isolarti dall’affetto e, soprattutto, dalla natura umana. L’uomo è un mammifero. In natura, non esiste un mammifero che cresce senza una mamma… Senza una famiglia…
Se la Vostra “Cultura” è quella di distruggere una famiglia solo per far imparare ad un bambino 1+1=2, o per fargli conoscere gente con l’illusione che il mondo è buono, o per essere “green” (volente o dolente), allora abbiate almeno la decenza di tenervela per Voi, non di imporla ad una famiglia che ha solo il desiderio naturale di restare unita.

Quanti genitori, con pochi mezzi, sono comunque riusciti a crescere bene i propri figli? Basta guardare le famiglie del secondo dopoguerra, tanto per fare un esempio. O le famiglie di Napoli, dagli anni ’50 agli anni ’90. Famiglie di 6 o più persone, in ambienti angusti e decadenti… Famiglie povere, analfabete, ma canterine e felici… Felici di che cosa? Di essere unite.
Se vogliamo un esempio più attuale, pensiamo ai bambini a Gaza, che giocano a pallone o a nascondino in mezzo alle macerie. Gli assistenti sociali li portano via dai loro genitori? No. Eppure, quei genitori sono costretti a far vivere i propri figli in modo ben peggiore della Famiglia nel Bosco. Perché non portaglieli via?
Perché la loro unica “colpa” è quella di vivere con le risorse che hanno, proprio come Catherine e Nathan.
Ma ora i signori Trevallion possono contare non solo sul sostegno dell’opinione pubblica, ma su altre realtà: quella politica (Ignazio La Russa, Matteo Salvini e Michela Vittoria Brambilla), quella dello spettacolo (Al Bano) e quella legale. Quest’ultima, ma non per importanza, è rappresentato dall’avvocato Simone Pillon, il quale dimostra di poter accelerare il ritorno a casa dei bambini della coppia anglo-australiana. Inoltre, proprio in questi giorni, a Chieti, è stata presentata una controperizia di ben 322 pagine, depositata al Tribunale per i minorenni dell’Aquila. In questo documento, lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della Famiglia del Bosco, insieme alla psicologa Martina Aiello, ha contestato in modo netto il lavoro svolto dalla “professionista” nominata dallo stesso Tribunale, Simona Ceccoli, sulla consulenza tecnica d’ufficio eseguita sui coniugi Trevallion: criticità metodologiche, professionalità discutibile, carenze nelle valutazioni cliniche e possibili pregiudizi che renderebbero la perizia «scientificamente inattendibile».
Cantelmi sostiene, inoltre, che la Ceccoli non avrebbe effettuato alcun esame clinico diretto sui minori, né osservazioni sul rapporto tra genitori e figli, delegando l’attività alla testista Valentina Garrapetta. Quest’ultima aveva già avuto modo di dimostrare la propria “professionalità”, pubblicando sui social commenti ostili nei confronti della Famiglia nel Bosco, prima ancora della sua nomina come ausiliaria per il loro caso. Nella controperizia, poi, viene finalmente sottolineato il completo e vergognoso ignoramento verso i bambini, denunciando l’assenza di mediazione linguistica, di figure rassicuranti e di un ambiente neutrale. Infatti, è la prima volta che si riporta, a livello mediatico, i gravi errori commessi dai Servizi Sociali, come quello di ignorare completamente lo stato d’animo dei bambini, che diventano sempre più tristi e arrabbiati, mentre sono perseguitati da incubi, durante la notte.

La conclusione della relazione è chiara e semplice: ricongiungere immediatamente i tre bambini con i propri genitori. Finalmente, dopo mesi di polemiche e pregiudizi, la Famiglia nel Bosco riesce a mettere in luce la veridicità dei fatti. L’avvocato Pillon ha ringraziato i consulenti per il lavoro svolto, auspicando che le osservazioni depositate possano contribuire a far tornare la famiglia Trevallion unita a breve.
Nel frattempo, prosegue il percorso avviato dai due coniugi per trasferirsi nella nuova abitazione messa a disposizione gratuitamente dallo stesso Comune di Palmoli, lasciando il casolare nel bosco. Un compromesso per riabbracciare i propri figli. In più, si è fatto un altro importante passo avanti: mamma Catherine può, finalmente, far visita alle sue creature!
Un appoggio molto commovente e significativo è stato dato dal celebre cantante Al Bano, il quale è rimasto molto toccato da questa triste vicenda; tanto da offrire ai coniugi Trevallion, proprio in questi giorni, una sua casa in Puglia, senza acqua corrente, né elettricità. Al settimanale Gente, il cantante ha dichiarato: «Anch’io negli anni ’70 lasciai la grande città per vivere in un bosco, a due chilometri e mezzo dal centro abitato: non c’era acqua, non c’era elettricità, niente telefono. Avendo vissuto quella realtà lontano dal caos, ho capito le esigenze della famiglia anglo-australiana».
Al momento, non è stata confermata alcuna decisione definitiva, ma l’invito di Al Bano, dal punto di vista dell’opinione pubblica, ha dato un forte contributo alla causa di due sposi che desiderano solo ciò che ogni genitore (umano) desidera: riabbracciare i propri figli. E i loro figli vogliono lo stesso. Qualcuno ha mai sentito i tre bambini nel Bosco dire «salvateci dai nostri genitori»? No…
Finora, per tutti questi mesi, tra paura, tristezza e ansia, hanno detto solo: «Riportateci a casa».

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