Il gesuita francese padre Guillaume-Hyacinthe Bougeant, non è famoso, né la sua opera è oggi conosciuta al di fuori di studi specialistici o di collezionisti bibliofili. È però una figura rappresentativa d’intellettuale e religioso, che si è distinta nella polemica che contrapponeva, nella prima metà del 700, la Chiesa —e i gesuiti in primo luogo— alla setta giansenista, e all’influenza che essa aveva nella società del tempo, non solo francese. A questa disputa egli ha contribuito in una forma speciale, cioè attraverso testi teatrali, che hanno evidenziato in forma viva e immediata gli aspetti morali, sociali e politici della questione. È così che, in uno stile ed intrecci ispirati a Molière e contemporanei a Marivaux, arrivano fino a noi “in presa diretta” tendenze della società europea del XVIII secolo, che culmineranno in Francia nella rivoluzione, ma che non hanno esaurito la loro portata profonda.

Il giansenismo, seppure ufficialmente condannato dalla Bolla papale Unigenitus Dei Filius del 1713, continuava ad agire nella società, portando avanti un processo di secolarizzazione che piegava a letture ideologiche e ad un approccio soggettivo i testi sacri: pretendendo di tornare al cristianesimo delle origini, di fatto li relativizzava all’epoca e —diremmo oggi— al politicamente corretto. Ad esso si opponeva sul terreno dottrinale il molinismo, rappresentato principalmente dai gesuiti.[1] Dobbiamo immaginarci del resto una società nella quale le discussioni filosofiche e dottrinali erano diffuse e seguite, anche in quanto “civiltà della conversazione” incentrata nei salotti, che si disputavano gli ospiti più brillanti e prestigiosi. In questo ambiente nasce probabilmente la stessa ispirazione teatrale di Padre Bougeant, che mette in scena quello che ben conosce, e se lo fa con indulgenza e bonomia, non possiamo non riconoscervi un’amara, impressionante lungimiranza.

G.H.Bougeant era nato a Quimper nel 1690, aveva fatto i suoi studi al Collegio dei Gesuiti della città e percorso le tappe della formazione nella Compagnia: due anni di noviziato, tre di filosofia, quattro di teologia, un ultimo anno di noviziato, il tutto intervallato da periodi di stage attivo nei collegi della Compagnia. Ordinato prete nel 1719, fa professione solenne dei quattro voti nel 1723 nel Collège di Clermont[2] dove era stato nominato «scrivano» dal 1721 e dove resterà fino alla morte, nel 1743.

La formazione dei giovani nelle scuole dei gesuiti è di tipo classico ad alto livello, e il teatro è strumento per la didattica letteraria, storica, religiosa, tanto che il “Teatro dei gesuiti” è considerato la base del teatro barocco.

Bougeant pubblica versi greci e latini e scrive anche una prima commedia ad uso degli allievi. Accanto ad un inconsueto interesse per le scienze e la storia naturale, egli ha già tra le sue opere giovanili testi di teologia e uno studio storico sui precedenti dei Trattati di Westfalia. Questa ampiezza d’interessi (a cui si unisce la competenza di musicista e musicologo) ne fanno dal 1725 uno dei redattori più attivi delle Mémoires de Trévoux.[3]L’immagine —purtroppo non ci è pervenuto alcun ritratto— che ne tramandano i contemporanei è quella di una personalità brillante, affabile, ma anche paziente e moderata.

 

Il caso de «La femme docteur».

Dal suo eclettismo culturale e passione apologetica emerge nel 1730, con straordinario impatto e risonanza anche oltre i confini di Francia, il testo teatrale La femme docteur (la donna dottore). È infatti alla fine di quell’anno che cominciano a circolare di mano in mano, un po’ dappertutto, diverse edizioni anonime[4] di una commedia che mette in ridicolo i borghesi giansenisti, e dappertutto si fa il nome di P. Bougeant. Les Nouvelles Ecclésiastiques prendono atto che «tutto il regno è inondato» e che l’autore potrà ben presto vantarsi di «piú di 25 edizioni che ne sono state fatte nell’arco di un anno».

La commedia ha come sottotitolo La Théologie tombée en quenouille (La quenouille è la conocchia per filare, quindi è come dire «La teologia caduta in mani femminili», ma in alcune edizioni, scanso equivoci, si specifica «La teologia giansenista ecc..»)

Ne diamo un riassunto dei meri fatti:[5]

I atto — Madama Lucrezia, in assenza del marito in viaggio d’affari, è caduta sotto l’influenza di una specie di santone giansenista, Messer Bertoldi, e rimanda il matrimonio della figlia Angelica col fidanzato Erasto a cui era stata promessa dal padre. Angelica si rivolge allo zio Cleante che tenta invano di convincere la cognata.

II atto — Messer Bertoldi confida alla cameriera Finetta di avere il progetto di far sposare Angelica al proprio nipote.

Finetta lo riferisce ad Angelica ed Erasto, il quale scongiura Angelica di fuggire. Donna Lucrezia e Messer Bertoldi si accordano per il matrimonio col nipote. In un colloquio con Angelica, l’uomo cerca di convincere la ragazza con argomenti dottrinari, poi la madre le impone di obbedirle.

III atto — Fa visita a Dama Lucrezia la signorina Scarsella, questuante per conto della setta. Incontro tra Lucrezia, Angelica, Messer Bertoldi e il nipote, per fissare le nozze. La sorella di Angelica, Dorisa, fa invano la civetta con Erasto, il quale, disperato, è però rassicurato da Cleante.

IV atto — Si svolge “il concilio delle dame”, in cui Lucrezia ed altre due hanno un bisticcio “teologico”. Non riuscendo a mettersi d’accordo, chiedono il giudizio dell’avv. Spaccabolle. Si presenta il libraio Lenzetta con le ultime novità gianseniste. Discussione generale tra le dame, l’avvocato e Cleante. Cleante dichiara a Lucrezia di avere gli argomenti per convincerla dei suoi errori.

V atto— A sorpresa giunge da Angelica il padre Geronte, tornato dal viaggio, e che Cleante ha già messo al corrente della situazione. Cleante lo consiglia di non mostrarsi e di far in modo che la moglie si avveda con i suoi occhi degli intrighi di Messer Bertoldi, il quale ha fatto stendere al notaio un atto di matrimonio nel quale Donna Lucrezia inconsapevole cederebbe tutto il patrimonio alla figlia Angelica. Nel corso del contratto di nozze, Cleante smaschera davanti a tutti la truffa di Messer Bertoldi, che batte in ritirata. Si palesa Geronte, che perdona la moglie e procede alle nozze di Angelica ed Erasto.

Il riassunto non dà conto della vivacità e insieme complessità dell’intreccio, del dialogo spontaneo e brillante, con personaggi ben caratterizzati e una sapiente alternanza di scene serie, comiche, sentimentali, in un crescendo di sorprese. Con un riuscito artificio teatrale, P. Bougeant mette in primo piano il suo bersaglio più caricaturale (la malafede, l’ipocrisia, il conformismo alle mode), ma nello stesso tempo ne svela il sostrato serio, quello che agiva nel profondo della società, dissacrando e disgregando: da una parte la riduzione della religione ad un fatto privato, di opinione o fazione, legato ad impulsi psicologici ed ambizioni sociali, e dall’altra la sua ideologizzazione e subordinazione alle contingenze politiche. In sostanza la visione illuministica, che fa dell’uomo il centro, e tollera la religione come proiezione fantasmica, sfogo soggettivo o apparato d’ordine.

La satira di P. Bougeant mette in ridicolo l’avversario a partire dal suo stesso linguaggio, con la galleria dei personaggi dell’attualità: il venditore ambulante di libri, con le ultime novità di pubblicazioni gianseniste, la questuante ufficiale della setta che fa i confronti tra quanto “rendano” le varie parrocchie di Parigi, gli avvocati boriosi che si compiacciono in tirate sulle libertà gallicane. Poi l’intrigante falso santo (ispirato al Tartufo di Molière) con a seguito il goffo nipote e, vertice umoristico della commedia, le tre dame che disquisiscono di teologia senza capirne nulla e degenerando in uno stizzoso battibecco. Nonostante ciò, la commedia non è affatto misogina, perché, oltre a guardare con indulgenza umana l’ingenua Madama Lucrezia che si è buttata nell’attivismo religioso per compensare il declino dell’età, ha al suo centro in Angelica, una figura modello di femminilità, virginale e saggia, lucida e risoluta, ma anche tenera e sensuale.

A lei e allo zio Cleante è affidato il punto di vista dell’autore, che afferma la tradizione —la Chiesa, la famiglia, gli equilibri di potere nella società— in modo razionale, integralmente umano ma illuminato da Verità che lo trascendono. A questo confronto, più che alla polemica dottrinaria, si affida P. Bougeant:

«Mi propongo —scriverà piú tardi, nella prefazione ad un’altra commedia— di istruire e disilludere i giansenisti in buona fede, a spese degli altri».

Egli, pur consapevole dell’inquinamento mondano nella Chiesa, avverte nella società del suo tempo i segni di una lacerazione e sovversione più radicale, che attiene il rapporto dell’uomo con la creazione e con Dio, una follia che va oltre le contingenze storiche e le ingiustizie di una società basata sull’interesse e il privilegio di classe.

 

Una commedia al femminile

Giusto il titolo, è una commedia imperniata su personaggi femminili, su una gamma di caratteri non convenzionale. P. Bougeant prende atto con ironia della femminilizzazione del “mondo”, che va dalla conversazione come elegante copertura del relativismo morale, ai riti della politesse che mascherano egoismo, fatuità se non depravazione, alla… teologia en quenouille.

In una società materialistica, in cui il culto della forma esteriore copriva l’aridità spirituale e l’inerzia politica, era certo l’epoca delle dame e dei loro salotti, l’epoca dell’esprit.[6] Se il movimento giansenista, allontanatosi nel tempo il rigore e l’alta intellettualità di Port Royal, viveva la stagione più ambigua, tra moda, mene politiche e la vicenda dei “convulsionari”,[7]  sul fronte opposto il sinodo di Embrun (1727) si era svolto sotto gli intrighi di Madame de Tencin, donna di potere e dalla reputazione pessima.

Consapevole di questo, P. Bougeant guarda con comprensione alla sua Lucrezia — sviata dai cattivi esempi e da un emancipazionismo vacuo e vano — e rende omaggio in Angelica ad un ideale femminile che già forse non esisteva piú.

In questa prospettiva il ragionare di Cleante astrae dal dramma domestico in un giro d’orizzonte più lungimirante e preoccupato: il relativismo morale, gli intrighi dei falsi devoti, la vanagloria dei politicanti, non portano in sé una forza disgregatrice più potente e profonda? Certo non si può fare di Bougeant-Cleante un profeta, ma nelle sue parole c’è la percezione di un fenomeno inquietante: l’ideologia di Port-Royal, degradata a moda borghese, è in tal modo penetrata nella società: «ogni setta ha bisogno della folla e soprattutto delle donne» (De Maistre).

Grandi temi che si addensano sull’orizzonte del secolo, che qui gettano ombre sul sorridente teatrino di messeri e damine, ma già preparano piogge di sangue. È ancora Cleante che dà voce a qualcosa che è piú che un presagio (e siamo nel 1730!):

«E, che so io, si nutre, si alleva in seno al regno una semenza di guerra aperta e cruenta, tutto ciò per il bene del re e del regno, e coloro che favoriscono oggi questo partito pericoloso ne saranno forse un giorno, loro o i loro figli, le prime vittime»(atto IV, scena VIII).

 

Non solo commedie

Il clamoroso successo de La Femme Docteur si estende all’Europa: in Germania se ne fa un adattamento contro i pietisti tedeschi, le traduzioni si susseguono in Italia, Olanda, Polonia, Spagna.

Dopo La Femme Docteur, che realizza il piú riuscito equilibrio tra commedia e polemica, P. Bougeant scriverà in un breve arco di tempo altri quattro testi teatrali, nei quali la satira si appunta soprattutto sui “convulsionari” e “i mercanti di miracoli”.

Progressivamente le commedie si caratterizzano per un bersaglio piú mirato, a detrimento dell’interesse letterario. Il successo dei testi di P.Bougeant ha però una conseguenza imprevedibile: i giansenisti, nemici giurati del teatro, stampano nel 1732 una commedia contro i gesuiti, Arlequin, esprit folet, (Arlecchino, spirito folletto), che li mette all’inferno, tra i diavoli! Del resto nello stesso anno il filone della commedia satirica a sfondo religioso va ad esaurirsi, e la polemica contro i giansenisti si calma, forse anche perché si teme che essa vada a vantaggio dello scetticismo e dell’ateismo.

La vivacità intellettuale di P.Bougeant si volge allora ad altre questioni letterarie e speculative: nel Voyage merveilleux du prince Fan-Férédin (1735.Viaggio meraviglioso del principe Fan-Feredin) evoca con ironia le avventure di un giovanotto che, con la testa troppo piena di letture, vorrebbe vivere come si vive nei romanzi; con gli Amusements philosophiques sur le langage des bêtes (1739. Divertimenti filosofici sul linguaggio degli animali) incorre invece in un piccolo incidente, arrischiandosi, pur con un tono paradossale ed umoristico, a ipotizzare che le anime degli animali siano demoni diffusi nel mondo. Questa volta, nonostante il successo del libro, l’autore deve mettersi un po’ in disparte e ritrattare le sue tesi, in realtà alquanto bizzarre. La piccola tempesta causata dagli Amusements si calma rapidamente e P. Bougeant riprende nello stesso 1739 ricerche erudite e pubblicazioni, fino all’Exposition de la doctrine chrétienne (1741), poderoso manuale per l’insegnamento religioso nel collegio, chiaro nello stile, e ben contemperato di erudizione ed intento pedagogico. Essendo l’ultima sua opera (morrà nel 1743) essa si pone in modo suggestivo a conclusione di quella parabola di successi che inizia con “il caso de La Femme Docteur”, come se P.Bougeant rispondesse infine al positivo, sul piano delle certezze, agli sconvolgimenti morali e mentali e alle “follie umane” messe in scena nelle commedie. Ciò che subito colpisce, in questa specie di catechismo superiore, è il piano dell’opera: un lungo “catechismo storico” precede la spiegazione dei dogmi, poi della pratica cristiana. Si riprende cosí la concezione fondamentale dei Padri della Chiesa, secondo cui la teologia consiste in un ragionamento sulla Sacra Storia di Dio con gli uomini, come la riflette l’Antico Testamento, poi il Nuovo Testamento, e infine la storia della Chiesa. Il proposito del manuale è di mettere alla portata dei suoi contemporanei il pensiero tradizionale della Chiesa, quello che né gli intrighi, né le derive ideologiche, né la teologia en quenouille potevano intaccare.

L’opera fu apprezzata, tradotta in altre lingue, pubblicata fino al sec. XIX inoltrato (1875). Se La Femme docteur è arrivata ai giorni nostri conservando intero il suo spessore e il suo umorismo, le pagine dell’Esposizione della dottrina cristiana (edizione italiana,1815) ci trasmettono, nella contemplazione del Vero, una profonda serenità.

 

 

 

 

[1]  Il teologo gesuita spagnolo Luigi de Molina (1535-1600) sviluppò una teoria circa il rapporto tra la volontà libera dell’uomo e la grazia, per cui Dio concede la grazia, adatta le circostanze per giungere a buon esito e prevede le nostre azioni future. Però, siccome questa previsione dipende dalle nostre libere decisioni, Molina chiamò scientia conditionata la conoscenza divina rispetto alle decisioni e azioni future degli uomini: essi sono perciò capaci nella loro integralità umana di cooperare alla propria salvezza. Questa dottrina si trovò quindi ad essere contrapposta anche nell’opinione pubblica a quella di Cornelio Otto Jansen (Giansenio 1585-1638), per il quale la grazia di Dio determina irresistibilmente le nostre libere scelte, e senza una grazia speciale è impossibile osservare i comandamenti; da qui una visione pessimistica della natura umana, unita ad aspetti elitari, di predestinazione e ininfluenza delle opere rispetto alla fede, vicina al protestantesimo.

[2]  Il Collège de Clermont, fondato nel 1563, era il collegio gesuitico di Parigi, situato di fronte alla Sorbona e di fianco al Collège de France. Fu rinominato Lycée Louis-le-Grand in onore del re Luigi XIV. È la Scuola superiore di massima tradizione e prestigio di tutta la Francia.

[3]  Le Mémoires pour l’histoire des sciences et des beaux-arts, ovvero Mémoires de Trévoux, erano raccolte di critica letteraria, artistica, scientifica, storica, etnologica e religiosa, fondate dai gesuiti nel 1701 a Trévoux. Strumento di diffusione e di battaglia culturale di grande prestigio, ritenuto il miglior giornale di Francia, sopravvisse all’espulsione dei gesuiti (1762) e chiuse definitivamente nel 1782.

[4]  L’anonimato, come lo pseudonimo, ovvero il luogo di stampa immaginario. erano una formula diffusa di pubblicazione di opere a stampa, soprattutto i libelli polemici, di cui spesso era ben noto l’autore.

[5]  La rivista Il Covile ha pubblicato in nuova traduzione italiana il testo integrale de La femme docteur nel n.979 del 6 gennaio 2018 e i relativi apparati nel n.980 alla stessa data.

[6]  A questo proposito, il partito preso femminista costringe la narrazione della storia in bizzarri paradossi, come quello per cui le dame francesi del ‘700, avrebbero esercitato un enorme potere per ribellione e rivalsa contro la supremazia maschile. Forse sarebbe meglio dire che possedevano un enorme potere, e che la società — tanto meno le altre donne — non trasse tutto sommato da ciò un gran beneficio.

[7]  Quello dei “convulsionari” è l’aspetto popolare e superstizioso del movimento giansenista. Nacque intorno alla figura del diacono François de Paris (1690-1727), ritenuto dalla setta un santo e la cui tomba, nel cimitero di Saint Médard a Parigi, divenne meta di culto e teatro di scene di estasi collettiva, in cui alcuni devoti avevano convulsioni e profetizzavano. I pretesi miracoli, che una commissione ecclesiastica giudicò illusori, si moltiplicavano, mentre si diffondevano reliquie e rituali di tipo esoterico, finchè un’ordinanza reale nel 1732 chiuse il cimitero.

 

 

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su print
Stampa
Condividi su email
Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *