La confusione dottrinale, teologica e liturgica regna nel Cattolicesimo e la Santa Sede non aiuta a risolvere questa realtà. Mille interpretazioni e mille applicazioni in ogni campo, l’anarchia sembra avere la meglio. Siamo nel mese di maggio, il mese mariano per antonomasia e, prima che termini, desideriamo suggerire la lettura di un testo che può decisamente aiutare nel comprendere il titolo di Mediatrice di tutte le grazie, dopo le molteplici polemiche e insoddisfazioni dei credenti e dopo l’inopportuno documento del Dicastero per la Dottrina della Fede Mater populi fidelis[1], che invita i cattolici a non utilizzare né il titolo di Corredentrice, né quello di Mediatrice di tutte le grazie.
Si tratta di un piccolo e agile libro, scritto dal gesuita spagnolo Josè Maria Bover, Maria Mediatrice, Edizioni Fiducia (pp. 121, €12,00), con la Prefazione del Professor Roberto de Mattei. L’autore spagnolo venne nominato da Pio XII membro della commissione scientifica incaricata di preparare la definizione dogmatica dell’Assunzione di Maria Vergine e consultore della Pontificia Commissione Biblica. Morì in luce di santità e, grazie ai suoi numerosi studi sulla Corredenzionee Mediazione di Maria Vergine, fondati sui Padri della Chiesa, la Sacra Scrittura e sulla Liturgia, venne chiamato «Patriarca dei mariologi spagnoli».
Nel Messale romano antico, nel soffio eterno della tradizione vivente, si trova la Santa Messa della Beata Vergine Mediatrice di tutte le Grazie. «È proprio nella Liturgia – lex orandi, lex credendi – che la Chiesa custodisce e trasmette, con una fedeltà più antica delle dispute contemporanee, la verità profonda del ruolo di Maria nell’economia della salvezza. Ciò che molti oggi cercano di negare o minimizzare – il titolo di Corredentrice – è già lì, nei secoli dei secoli, come un filo d’oro intessuto nelle preghiere più solenni», così ben scrive il giovane Giorgio Olivieri Catolfi[2], redattore del sito di Ecclesia Dei, studente al Liceo Classico e Musicale Francesco Petrarca di Arezzo, che svolge il servizio di organista e cantore solista nella Cattedrale di Arezzo. Lo stesso Catolfi ricorda che san Bernardo da Chiaravalle scriveva che la Vergine Maria «non solo ha cooperato con Cristo, ma ha partecipato con amore ineffabile alla redenzione del mondo»[3], perciò «non si tratta di una speculazione teologica, ma di una contemplazione della pietà tradizionale, che la Liturgia custodisce geolosamente»[4].
Con linguaggio semplice padre Bover spiega concetti profondi e teologicamente inconfutabili, di cui diamo prova con alcuni passaggi, in modo tale da comprendere quanto siano efficaci le sue spiegazioni teologiche:
«Per coloro ai quali pare eccessiva la mediazione universale, perché è una prerogativa che oltrepassa la condizione di pura creatura, c’è una considerazione decisiva. Questa: nessuna prerogativa costituisce un eccesso per l’eccelsa creatura che è oggetto di un amore unico da parte delle divine Persone, dalle quali è singolarmente amata come sposa e come madre.
Applicando una celebre espressione di san Paolo possiamo dire di Maria: “Dio Padre, che diede a Maria come figlio il suo proprio Figliolo, come può non averle dato con Lui tutte le cose?” (Rm VIII, 32). Colui che le diede ciò che era di più, e molto di più, come le avrebbe negato ciò che è di meno, incomparabilmente di meno?
Non vale Gesù Cristo infinitamente di più che tutti gli uomini e che tutte le grazie insieme? Se il Padre celeste diede a Maria la fonte della grazia, perché non avrebbe dovuto darle le correnti di vita eterna che da essa emanano? Se le diede l’albero della vita, perché non avrebbe dovuto darle anche i frutti che da esso germogliano?
Il Figlio di Dio venne al mondo portando nel proprio cuore e nelle proprie mani tutti i tesori della grazia: così lo ricevette la Vergine nel suo seno purissimo, fatta nello stesso tempo Madre di Dio e Madre del Datore della grazia.
Quando vedo i poveri protestanti, ostinati nel negare a Maria qualsiasi intervento dell’economia della grazia, o certi cattolici, pochi per fortuna, che non sanno risolversi ad ammettere la mediazione universale di Maria, non posso fare a meno di compassionare questi spiriti ristretti, che non comprendono, né hanno mai compreso, l’eccelsa dignità della Madre di Dio dinanzi alla quale ogni altra prerogativa impallidisce, né l’infinito amore col quale il Figlio di Dio ama la sua Madre divina»[5].
Nella tradizione della Chiesa esiste un lungo percorso teologico che avvalora e avvalla tali titoli, a cominciare dal Padri della Chiesa, per passare al culto di Maria Corredentrice, che raggiunse il suo apice nel tardo Medioevo, fino ad arrivare all’enciclica Supremi Apostolatus Officio (1883) di Leone XIII, dove si legge: «Infatti la Vergine Immacolata, prescelta ad essere Madre di Dio, e per ciò stesso fatta corredentrice del genere umano, gode presso il Figlio di una potenza e di una grazia così grande che nessuna creatura né umana né angelica ha mai potuto né mai potrà raggiungerne una maggiore». Sempre papa Pecci, nell’enciclica Iucunda Semper Expectatione (1894), afferma: «Quando, infatti, si offrì a Dio, come ancella al compito di madre, o si offerse insieme con il Figlio nel tempio, fin da allora, come si evince dai due episodi, prese parte con lui al travagliato riscatto del genere umano».

Tanto è forte questo principio teologico che da molto tempo si auspica un dogma della Chiesa per definirlo. Tuttavia, dal Concilio Vaticano II poi, una corrente catto-protestantizzante spinge sul fronte di non considerare la Madonna dotata di queste qualità. L’Assise fu divisa in merito all’elaborazione di un documento specifico per la mariologia, che evidenziasse l’importanza dei titoli di Mediatrice e Corredentrice. Il 29 ottobre 1963 prevalse la linea del cardinale König contro il cardinale Santos di Manila: 1114 contro 1097 voti.
Nell’ottavo capitolo del documento conciliare Lumen gentium, elencando i vari titoli mariani, non è indicato quello di Corredentrice. Durante e dopo il Concilio, si pronunciarono in modo contrario alla Corredenzione i teologi modernisti Congar, Schillebeeckx, Rahner, Küng, Lacoste. La dottrina era avversata dai protestanti, che non credono nella verginità di Maria Santissima e non nutrono il culto mariano, ma era anche osteggiata fortemente da quella frangia ecclesiastica che perseguiva a tutti i costi l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.
Scrive de Mattei nella Prefazione: «Nelle pagine conclusive della sua opera, padre Bover osserva che tutti i cattolici desiderano che la Mediazione di Maria venga presto definita come verità rivelata da Dio; ma paradossalmente, ciò che ostacola questa definizione è l’assenza di avversari nel campo cattolico: “Generalmente, infatti, la Chiesa ha definito i dogmi di fede per reprimere il temerario ardire di coloro che impugnavano la verità rivelata”.
Sono passati molti anni da quando il mariologo spagnolo scrisse queste parole, e dobbiamo riconoscere che, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, gli avversari della Mediazione di Maria si sono moltiplicati, perfino tra le gerarchie della Chiesa cattolica, dove spesso domina un certo minimalismo». Tuttavia, il Professor de Mattei è costruttivamente positivo perché quest’ultimo aspetto, che può apparire negativo, nasconde un importante risvolto positivo perché spinge i devoti di Maria Santissima ad operare con maggior fervore per arrivare finalmente alla definizione del dogma di Maria Corredentrice e Mediatrice di tutte le Grazie «a maggior gloria di Dio e per il bene delle anime. Che padre Bover, dal cielo, benedica questi sforzi».
Dopo Leone XIII e Pio X, papa Benedetto XV fu il primo Pontefice a formulare la dottrina della Corredenzione in termini precisi: «[Maria sul Calvario ai piedi della Croce] patì talmente e quasi morì col Figlio paziente e morente, per un disegno divino, ed immolò il Figlio suo per placare la giustizia divina, di modo che a ragione si può dire che Maria ha redento assieme a Cristo il genere umano» (Inter sodalicia, 1918). Anche Giovanni Paolo II con Dives in misericordia del 1980. Ma non dimentichiamo quanto affermò nell’enciclica Ad beatissimi Apostolorum del 1914, quando rammenta di affidarsi alla Madre di Dio come Mediatrice per ottenere la pace e la grazia della Chiesa in tempi di tribolazione.
Nel corso del XX secolo, la proclamazione del dogma fu sostenuta dal gesuita José María Bover (1877-1954), dal claretiano Fr. Narciso García Garcés (1904-1989) e dal presbitero carmelitano Fr. Enrique Llamas (1926-2017). Nel volume intitolato del 1941, il tomista domenicano Garrigou-Lagrange illustrò il ruolo attivo della Vergine Maria nell’opera redentiva del Figlio; mentre Giovanni Paolo II nell’udienza generale dell’8 settembre 1982 dichiarò: «Maria, pur concepita e nata senza macchia di peccato, ha partecipato in maniera mirabile alle sofferenze del suo divin Figlio, per essere Corredentrice dell’umanità».
[1] Nota dottrinale, pubblicata il 4 novembre 2025, dal Dicastero per la Dottrina della fede. Firmata dal prefetto, il cardinale Víctor Manuel Fernández, e dal segretario per la sezione dottrinale, monsignor Armando Matteo su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza. La nota è stata approvata dal Papa il 7 ottobre 2025, giorno della vittoria cristiana, per soccorso della Madonna, nella battaglia di Lepanto contro le forze islamiche.
[2] https://www.ecclesiadei.it/la-messa-di-maria-mediatrice/
[3] San Berardo da Choiaravalle, 1150, p. 67.
[4] https://www.ecclesiadei.it/la-messa-di-maria-mediatrice/
[5] J. M. Bover, Maria Mediatrice, Edizioni Fiducia, Roma 2025, pp. 24-25.
