Potremmo davvero definirlo «il vescovo dei tempi difficili» (come il titolo della  splendida biografia, a cura di Antonio De Santis, attualmente non disponibile) il Servo di Dio fra’ Tommaso Maria Ruffo O.P. che fu arcivescovo di Bari verso la fine del XVII secolo (1684-1691), il quale operò una straordinaria attività riformatrice in Puglia incentrata sull’attuazione delle regole del Concilio di Trento, dando importanti indicazioni sia per la vita dei monasteri femminili della città, sia curando la formazione dei candidati al sacerdozio, sia ampliando il seminario. Fra’ Tommaso Maria nacque a Bagnara Calabra il 6 dicembre 1618, figlio del duca Francesco Ruffo, principe di Sant’ Antimo e della duchessa Giovanna di Santa Croce, con il nome di Giacomo.  Nonostante il temperamento docile e amabile, emergeva in lui una certa forza caratteriale e uno spirito vigoroso quando si trattava di difendere la verità e la giustizia.

Ricevette un’educazione adeguata al suo rango e, proprio durante il suo periodo di formazione, conobbe l’Ordine domenicano, di cui abbracciò l’ideale di vita entrandone a far parte. Professò i voti nel convento di San Domenico Maggiore in Napoli, città dove per 3 anni si distinse anche per l’insegnamento della Logica che portò avanti brillantemente.

Dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1644, venne eletto ad appena 34 anni, Provinciale dell’Italia meridionale, distinguendosi per la tenacia con cui portò avanti una vera e propria opera di rinnovamento della Regola e della vita religiosa: un primo singolare episodio (che oggi ci sembrerebbe fantascienza) risale ai tempi in cui venne nominato priore della comunità di San Domenico Maggiore, nota per la santità di vita dei suoi frati e la loro preparazione dottrinale. Ebbene, in questo monastero, viveva il marchese del Vasto che con la pessima condotta di vita sua e dei visitatori che spesso ospitava, rischiava di influenzare negativamente la vita della comunità e di gettare un’onta terribile su di essa. Fra’ Tommaso Maria Ruffo non ci pensò due volte: dopo aver invitato il marchese ad abbandonare la comunità, per evitare che vi facesse ritorno, fece addirittura murare la porta del suo appartamento. Fu proprio la sua integrità a meritargli la fiducia di papa Innocenzo XI che lo nominò Definitore generale dell’Ordine e, nel 1684, arcivescovo di Bari. Eppure, nonostante i numerosi riconoscimenti ricevuti in vita, non fu mai sensibile agli “onori” e il suo singolare ingresso nella diocesi di Bari lo testimonia in maniera sorprendente: nonostante la città gli avesse preparato solenni e fastosi festeggiamenti per accoglierlo, egli preferì sopraggiungere di notte, in pieno silenzio e in solitudine. Piuttosto preferì dedicarsi da subito, con grande zelo, a svolgere la sua missione, con numerose visite pastorali non trascurando nessun ambiente: conventi, opere pie, monasteri, seminario, cappelle, riscontrando, con amarezza, una situazione incredibilmente sconfortante a causa degli abusi del clero e della rilassatezza dei costumi. Nonostante ciò, si rimboccò le maniche e cominciò il suo mandato con una vera e propria epurazione nel seminario (su 100 candidati al sacerdozio ne considerò degni appena 10) e punendo tutti i vergognosi abusi di cui venne a conoscenza, senza indugio. A questo proposito, vale la pena riportare, in questa sede, un episodio che attesta la risolutezza con la quale, tra le altre cose, ripristinò il primato dell’autorità episcopale in diocesi, andando a colpire, nel caso specifico, un sacerdote, don Antonio Bernal, arciprete di Acquaviva, che pretendeva per sé trattamento e onori riservati al vescovo. Questo sacerdote, piuttosto vanesio, si muoveva da casa facendosi accompagnare in processione dal clero locale fino alla chiesa matrice in abito paonazzo e indossando il rocchetto, non contento, giunto alla chiesa madre, pretendeva di essere incensato e, una volta raggiunto l’altare, si faceva rivestire solennemente dei paramenti sacri. Venutolo a sapere, l’arcivescovo, lo informò che sarebbe andato a trovarlo pretendendo per sé i trattamenti previsti dal rituale romano (ovvero tutti quelli di cui “abusava” il sacerdote), per tutta risposta, l’arciprete minacciò di scomunicare e incarcerare chiunque avesse accolto il vescovo e insieme a 40 preti si munì di fucile e si appostò alle porte della città per impedirgli l’accesso. Ma senza scomporsi, fra’ Tommaso Maria Ruffo, si recò ugualmente ad Acquaviva, dove trovò la chiesa chiusa e nessuna forma di accoglienza. Fu così che, ritiratosi al convento di San Domenico senza esitazione, fece arrivare all’arciprete e ai suoi complici, la notifica di scomunica. Di fronte a tanto coraggio e determinazione, don Antonio Bernal, insieme alla sua “corte”, capirono che non c’era altro da fare che sottomettersi al loro pastore.

Ma la sua straordinaria e, verrebbe proprio da dire “soprannaturale” tempra emergeva anche quando si trattava di porre un freno alle interferenze indebite del potere civile in campo ecclesiastico. Tra i tanti episodi ne citiamo uno accaduto nell’ottobre del 1690 quando, a causa di una partita di pelli, provenienti dalla Dalmazia e infettate dai bacilli della peste, ma fatte acquistare ugualmente dal conte Giulio II Acquaviva, signore di Conversano, scoppiò una terribile epidemia nella cittadina. Le autorità civili, per motivi di sicurezza, decisero in quell’occasione, di entrare e violare la clausura del monastero di san Benedetto. Per di più la città di Conversano era rimasta senza il suo vescovo e la sorte delle monache diventava ancora più incerta. Per questo, fra’ Tommaso Maria, decise di intervenire recandosi a Conversano, che faceva parte della provincia ecclesiastica di Bari, rimanendo tutta la notte, nonostante il freddo dell’inverno, a guardia del monastero, finché il giorno dopo riuscì ad incontrare le autorità civili e a dissuaderle dal loro proposito. Fu proprio l’intima consapevolezza dell’evidente necessità di ripristinare un giusto equilibrio tra il potere temporale e quello religioso, sottolineando con interventi eloquenti l’autorità spirituale della Chiesa su quanti rappresentavano il potere laico, a portarlo ad eliminare con decisione alcune pessime abitudini che ormai da tempo avevano attecchito persino nel duomo di Bari. Qui, le autorità locali avevano preteso di sedere, durante le celebrazioni, su tribune d’onore collocate addirittura sul presbiterio della Cattedrale, sotto un baldacchino riccamente decorato. Ma una siffatta e, per di più, inveterata, abitudine non lasciò indifferente il vescovo Ruffo, il quale, nel giro di poco tempo, fece eliminare quelle tribune fastose dal presbiterio, autorizzandone l’accesso ai soli ministranti. La stessa cosa fece in altre chiese della diocesi dove questo abuso era duro a morire: Canneto, Carbonara, Casamassima, Triggiano.

Tuttavia la restaurazione della disciplina, non fu l’unica cosa che ispirò gli interventi di fra’ Tommaso Maria il quale, oltre che un pastore retto e autorevole, fu anche un padre amorevole per quanti gli erano stati affidati, mosso da una carità ardente, tanto da essere soprannominato dai cittadini baresi che spesso ricorrevano a lui nei momenti di difficoltà, con l’appellativo di «papà».

Un amore forte verso le sue “pecore” che gli proveniva dal rapporto intensissimo con Cristo crocifisso davanti al quale si prostrava per ore in preghiera che gli guadagnò fama di sanità, in ragione anche degli innumerevoli miracoli compiuti e dello straordinario servizio di esorcistato svolto con abnegazione, tutte cose che meritano un capitolo a parte e che presto apriremo.

(1-continua)

 

 

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