
Mi è capitato di recente tra le mani un libro scritto su un soldato italiano morto durante la seconda guerra mondiale, di nome Sergio Bresciani. Il libro è scritto dalla sorella, Liliana Bresciani Alba, e si intitola: Il cucciolo della Leonessa, edizioni Ares.
Mi ha incuriosito il fatto che questo soldato avesse solo diciott’anni. Mi interessano le storie vere di persone che hanno lottato e sofferto, e ho letto con vivo interesse tale testo.
Questo Sergio aveva quindici anni quando scoppiò il conflitto mondiale, e gli venne subito il desiderio di unirsi alle truppe italiane per combattere la stessa battaglia, sentendo che questa era una cosa giusta. Scappò di casa un paio di volte, ma fu sempre rimandato indietro perché, essendo minorenne, occorreva il permesso dei genitori, e soprattutto per una cosa così particolare come l’arruolamento volontario e per la guerra. Al terzo tentativo gli riuscì di imbarcarsi clandestinamente per la Libia dove alla fine fu aggregato all’Esercito italiano inizialmente con incarichi di minore rilevanza. Aveva sedici anni, e quello che lo aveva spinto e animato a compiere un passo simile fu il desiderio di servire la Patria. Fu poi inserito a pieno titolo nella truppa e combatté con i compagni impegnati nella “Campagna d’Africa”. Morì nel 1942 nella battaglia di El Alamein. Il mezzo sul quale viaggiava attraversò un campo minato inglese e l’esplosione gli sradicò di netto una gamba. Sopravvisse poche ore, nelle quali fecero di tutto per cercare di salvarlo, ma non fu possibile. In quelle poche ore Sergio, sempre lucido e cosciente, ringraziò tutti coloro che gli erano accanto, chiese fosse restituito il cannocchiale al sergente, baciò la mano del soldato che lo aveva soccorso per primo e aveva cercato di tamponare la ferita. Infine chiese perdono a tutti se in qualche cosa avesse dispiaciuto i suoi compagni, raccomandò che portassero i suoi saluti e le sue ultime parole ai genitori. Ricevette l’estrema unzione dal cappellano del campo, e morì serenamente, senza una parola di lamento nonostante il grave dolore della ferita.
Ho sentito subito affetto e affinità verso questo ragazzo. Ho cercato di capire se fosse anche un buon cristiano; sì, lo era, frequentava regolarmente i sacramenti, aveva avuto da bambino l’educazione che tutti ricevevano in quel tempo dai bravi parroci di paese, e mai aveva abbandonato la preghiera e la pratica religiosa.
Ho avvertito subito la grandezza di questo giovane, che lascia tutto per andare a servire la Patria nei pericoli della guerra, incurante di quanto questa avrebbe potuto essere rischiosa per lui.
Al di là dei giudizi che si possono dare sulla guerra in sé, rimane un fatto: un ragazzo decide di spendere la propria giovinezza non per un qualcosa di indefinito, ma per la Patria, avvertita come qualcosa di superiore, di giusto, di valido, di autentico e soprattutto di prezioso.
Non posso non paragonare Sergio Bresciani ai giovani tatuati che troviamo, di norma, in questi giorni estivi sulle nostre spiagge. Non avrà tutte colpe, ma non riesco a provare compassione per il diciottenne che ha come unico scopo il passare il tempo nella ricerca del piacere, del minimo sforzo, incollato ai moderni mezzi di comunicazione, diciottenne da discoteca che beve, fuma, bullizza, si fa le canne, schiamazza, bestemmia, considera la sessualità come consumo da compiere a prescindere, non conosce la storia e la vita, non si interessa se non del giorno che vive. Chi dei due se la passa meglio, tra questo giovane di oggi e Sergio Bresciani? Come abbiamo potuto perdere in pochi anni questa nostra identità? Un’Italia che fino a poco tempo fa produceva personaggi come il giovane di El Alamein, ora si è involuta e riesce a produrre solo dei ragazzi per lo più non-pensanti, imbottiti di idee che vengono impartite da altri, senza padri né madri, senza famiglie, senza più nulla?
Sento una pena immensa per questi giovanotti lasciati al loro destino, che non riescono a darsi una struttura ossea morale vera perché hanno smarrito la via della verità.
Non mi devo lasciare andare ad amare considerazioni, perché queste alla fine non servono, ma devo pur prendere atto della situazione attuale. Non posso, per questo motivo, non rimpiangere i tempi che diedero ai contemporanei dei ragazzi che avevano un pensiero “forte”. Naturalmente il sacrificio di Sergio oggi viene considerato inutile, e con un sorrisetto ed alzata di spalle si liquida la sua esistenza come qualcosa di sciupato. Lasciamo stare tutto questo, perché ormai il decadimento è senza fine. Ma lasciate che ricordiamo, alla faccia di tutti, la bellezza di questo ragazzo, la sua purezza e limpidità. Anche il suo sguardo, dalle foto, conquista. Uno sguardo limpido, luminoso.
Bresciani non era un mistico, non era un santo. Ma dentro aveva la verità delle cose. Sapeva cosa significa sacrificarsi per qualcosa o per qualcuno. Aveva il senso di Dio quindi aveva il senso di tutte le cose. E, infine, è morto per noi. È morto anche per permettere al povero diciottenne di oggi di sopravvivere nella sua vita di zombie. La speranza che mi anima è che tra i due ragazzi, Sergio e quello di oggi, vi sia una comunicazione, che il primo riesca a parlare al secondo, a fargli intendere il grande inganno nel quale è caduto e la via della desolazione che i moderni padroni del mondo vogliono imporgli. Se solo il giovane della discoteca potesse in qualche modo parlare al coetaneo Sergio… sentirebbe allora che cosa significhi vivere e che cosa sia il morire per l’altro. Se è vero che «non c’è più grande amore di questo, dare la vita per gli amici», allora il ragazzo di Salò (Bresciani era di Salò) si pone su un livello di profondo amore cristiano, quindi di verità.
Intanto, il fatto che l’anziana sorella abbia scritto a distanza di tanti anni questo libro è già qualcosa, perché parlarne, conoscere le cose, è meglio che il silenzio.
Vi sono però anche dei giovani che non amano le modalità di vita imposte dal socialismo, dal laicismo e modernismo, dal liberalismo e dalla spiritualità massonico-satanica. Ne sentono intuitivamente il vuoto, e ancora si volgono, per cercare il senso delle cose, alla verità cristiana. Esistono. Ci sono tanti, anche di giovane età, che intuiscono che il Sergio è più autentico e vero di tanti coetanei instupiditi. Non è tutto perduto. La tradizione italiana e cattolica, per quanto vilipesa e sbatacchiata da tutte le parti, anche all’interno della Chiesa, è dura a morire. C’è ancora chi capisce che morire per la Patria si può, e che questo non è un male ma un bene.
Consiglio la lettura di Sergio Bresciani, e anche la ricerca di testi e testimonianze simili. Dobbiamo confortarci con le cose autentiche, che ancora ci sono. Le perle sono seminate nel nostro itinerario e viaggio: dobbiamo trovarle e farle conoscere.

L’eroe fanciullo italiano Sergio Bresciani, in basso, a destra, foto scattata nella zona di El Alamein

Motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare:
«Avanguardista sedicenne, fuggito da casa per accorrere sul fronte libico, portava nella batteria che lo accoglieva la poesia sublime della sua fanciullezza eroica. Sempre primo nel pericolo, rifiutava qualsiasi turno di riposo, riuscendo in ogni occasione di superbo esempio ai camerati più anziani. Durante una giornata particolarmente aspra in cui il suo reparto veniva sottoposto a violentissimo tiro di controbatteria, in qualità di tiratore dell’ultimo pezzo rimasto efficiente, in piedi, continuava a sparare fino all’ultimo colpo al grido di ‘Viva il 3° Celere’. In altra azione di guerra, colpito dallo scoppio di una mina che gli recideva una gamba, sopportava con stoica fermezza la medicazione e, prossimo alla fine, pronunziava stupende parole di amor patrio, rammaricandosi di doversi separare dal reparto e dai compagni. Splendida figura di eroe fanciullo, simbolo purissimo della virtù della gente d’Italia.
Marmarica-Egitto (Africa Settentrionale) Marzo-Dicembre 1941 – Maggio-Settembre 1942»



1 commento su “Morire per la Patria? Così ha scelto il diciottenne Sergio Bresciani”
Sto cercando compagni di viaggio per andare a El Alamein Siwa e Alexandria. Nessuna agenzia di viaggio offre questo itinerario. Lettura consigliata PELLEGRINAGGIO NEL SAHARA di Emanuele Franz. Grazie per questo articolo.