«Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società»[1].

Il Femminismo è un movimento «di rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne; in senso più generale, insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica»[2].

Queste due definizioni dicono, di fatto, la medesima cosa: il Femminismo si caratterizza per la sua critica all’umana società o, meglio, alle società ovvero, per essere ancora più precisi, a tutte le società umane ed al concetto stesso di famiglia. Questa è l’unica caratteristica comune del pensiero femminista: il considerare la famiglia e la società come espressione dell’ingiusto dominio dell’uomo sulla donna, con la conseguente necessità di emancipare «l’altra metà del cielo»[3].

Il Femminismo, quindi, non ha una sua propria filosofia e neppure una sua dottrina politica; non potrebbe neanche, stricto jure, essere definito un movimento politico, proprio perché al suo interno tollera visioni politiche assolutamente in contrasto tra loro ed assolutamente inconciliabili le une con le altre. In ultima analisi esso non può essere definito, se non come l’insieme di tutte quelle persone e di quelle idee che ritengono essere la storia dell’umanità come un susseguirsi di soprusi e di sfruttamento dell’uomo sulla donna e che postulano necessità di far finire questo stato di cose, per imporre, finalmente, l’uguaglianza. Anche questa definizione, sia pure così vaga, è stata, però, superata ed il Femminismo ha inglobato al suo interno anche quelle correnti di pensiero che, aderendo all’omosessualismo più esasperato, negano addirittura la differenza biologica tra i sessi, come sarà meglio analizzato nel prosieguo dell’Approfondimento, quando verrà trattato dei rapporti tra Femminismo ed omosessualismo.

L’estensione di un concetto è inversamente proporzionale alla precisione con cui esso è in grado di descrivere la realtà che vuole rappresentare; ad estensione infinita corrisponde precisione nulla: ciò che si estende a tutto non definisce nulla. Il Femminismo, quindi, avendo un’estensione concettuale quasi infinita, è pressoché impossibile da definire, almeno in senso positivo: è impossibile dire che cosa esso sia, ma, forse, si può tentare di definire ciò che sicuramente non è; tutto ciò che non rientra nella definizione che ci apprestiamo a dare può, almeno per alcuni versi, essere considerato parte integrante del Femminismo o, quanto meno, essere definito «femminista».

In base a questo criterio, potremmo provare a dire che non è femminista tutto ciò che si richiama alla natura ed alle sue immutabili leggi e, conseguentemente, riconosce il ruolo della famiglia (società naturale) e la differenza e complementarietà dei sessi, oltre, ovviamente, alla loro esistenza; differenze e complementarietà viste non solo da un punto di vista rigidamente biologico, ma anche comportamentale e, quindi, “sociale”.

L’uomo è un mammifero. I mammiferi rappresentano la classe di animali che ha la maggiore differenziazione, non solo biologica, ma anche di comportamento tra i sessi, con compiti specifici. Già il nome fa riferimento a questa differenziazione, poiché mammifero significa, letteralmente, portatore di mammelle, dal sostantivo latino «mamma», che significa, appunto, «mammella», e dal verbo «fero», che significa «portare».

E per quale ragione i biologi di tutto il mondo identificano, a partire dal nome, i mammiferi per questa loro caratteristica fisica?

Di primo acchito verrebbe da rispondere «perché gli altri animali ne sono privi». La risposta sarebbe certamente corretta, ma del tutto insufficiente, poiché questa peculiarità caratterizza in modo fondamentale questa classe rispetto a tutte le altre, vale a dire mostra, anche sul piano fisico, quello che distingue ontologicamente questa classe da tutti gli altri animali: lo specialissimo rapporto della madre con i cuccioli.

In quasi tutti gli animali, dove più, dove meno, la madre riveste un ruolo particolare nei confronti dei cuccioli, anche a livello di primo addestramento ed il loro ruolo paterno è, normalmente, secondario, quando non addirittura inesistente; ma solo nei mammiferi si crea quella simbiosi madre-figlio, che, appunto, li distingue dal resto del regno animale.

I cuccioli degli altri animali, quando vengono al mondo, sono dotati già di una discreta autonomia, che permette loro una vita non completamente dipendente dalla madre. Anche gli uccellini, che, quando si sono già dischiuse le uova, ma non hanno ancora imparato a volare, non sono in grado di nutrirsi da soli, debbono trovare nella madre chi procura loro il cibo, ma il loro sostentamento non proviene direttamente dal corpo della madre, ma da una sua azione esterna; lo sfamarli è quasi parte dell’addestramento, con cui li indirizzerà alla vita indipendente.

Discorso completamente diverso vale per i mammiferi, presso i quali i cuccioli, appena nati, sono dipendenti dal corpo della madre; anche dopo la nascita, continuano a nutrirsi direttamente dal corpo materno. Questo crea una simbiosi ed un reciproco attaccamento della madre ai cuccioli e di questi a lei. Il complesso degli istinti che regola la vita della femmina è, nei mammiferi, molto, per non dire completamente, caratterizzato da questa sua funzione al servizio del mantenimento della specie; questo, ovviamente, non vale per il maschio, che, normalmente, dimostra scarso interesse nei confronti della prole.

Esempio di questa assoluta dedizione al ruolo materno della femmina dei mammiferi può essere rappresentato dalla gattina o dalla cagnetta che allattano i cuccioli. Chi ha avuto modo di osservarle ha potuto notare come l’allattamento, da un lato, le sfinisca, sia estremamente faticoso: oltre allo sforzo fisico dell’allattamento, c’è l’attenzione e l’azione tesa a difendere i cuccioli sia dai pericoli esterni che da loro comportamenti sbagliati e, quindi, pericolosi per la loro sopravvivenza; è un mirabile alternarsi di dolcezza e di fermezza, di accudimento e di “educazione”[4] alla vita. Ma, al tempo stesso, si vede come quello sia, per la cagnetta o per la gattina, il momento più esaltante della sua vita; si può vedere come tutti i suoi istinti siano esaltati e come paia provare un piacere addirittura superiore a quello provocato dal cibo; si tratta certamente di un piacere meno violento, diremmo quasi sottile, ma non per questo meno forte, anche per la sua maggiore pervasività: coinvolge, come dicevamo, tutti gli istinti dell’animale.

Questa rigida differenziazione di ruoli tra i sessi è caratteristica, come dicevamo, dei mammiferi, mentre negli altri animali tende ad affievolirsi; si pensi, ad esempio, che, in alcuni uccelli, il maschio e la femmina si alternano nel covare le uova, come accade per i pinguini.

In conclusione, la caratteristica fondamentale dei mammiferi, come classe, è la fortissima differenziazione comportamentale tra i sessi, che comporta un orientamento della femmina alla maternità. Questo è fisicamente evidente per la presenza delle mammelle, ma si esprime in maniera più piena nel rapporto simbiotico con i cuccioli, che caratterizza tutta la sua esistenza. Sul piano generale del comportamento, si nota come, nei mammiferi, la femmina sia decisamente più attenta ai particolari, più perennemente in tensione, più capace, al tempo stesso, di estrema dolcezza e di estrema ferocia e, soprattutto, capace di concentrarle entrambe; in esse il rapporto amico-nemico è molto più accentuato; esse, infine, hanno una maggiore rapidità nel mutare atteggiamento e nell’adeguarsi alle circostanze esterne. Nei maschi, invece, si riscontra una maggiore stabilità e reazioni maggiormente improntate all’«economia degli sforzi»[5], con una conseguente loro maggiore prevedibilità.

Come è facile notare, tutte queste caratteristiche differenziali della femmina hanno una stretta attinenza con il suo specialissimo rapporto con i cuccioli, in modo particolare all’inizio della loro vita. Il concentrato impegno sui particolari, con il conseguente perenne stato di tensione, finalizzato a che nulla sfugga, le permette un certo anticipo nella percezione dei pericoli, anticipo che le può consentire di mettere al sicuro i cuccioli; l’estrema dolcezza è strumentale al miglior accudimento possibile della prole, mentre l’estrema ferocia è mezzo per la loro difesa dai pericoli rappresentati da altri animali ed entrambe queste caratteristiche debbono essere totalmente indirizzate al loro fine: di qui la grandissima capacità di «concentrazione del fuoco» di cui sono dotate; l’irrigidimento del rapporto amico-nemico, con conseguente “iscrizione” nella categoria ostile di tutti gli esseri “dubbi”, ha, anch’essa, funzione protettiva nei confronti dei cuccioli e, soprattutto, funzione prudenziale: qui, a differenza di quanto avviene nei maschi, salta quasi completamente il criterio di proporzionalità tra l’entità del pericolo e gli sforzi necessari ad evitarlo o, addirittura, a prevenirlo, perché la sicurezza dei piccoli riveste valore assoluto, non conciliabile con nulla e, tantomeno, con un risparmio di sforzi. La maggiore rapidità, infine, nel mutare atteggiamento ed attività pare, a prima vista, denotare un’instabilità di fondo, ma, a ben guardare, anch’essa rientra coerentemente nella finalizzazione alla tutela della prole, poiché anch’essa permette di guadagnare quell’anticipo, a volte necessario per salvare i cuccioli; certamente questa caratteristica rende la femmina maggiormente imprevedibile.

(1-continua)

 

 

[1] Documento affisso dalle donne di Rivolta Femminile nelle strade di Roma e di Milano, luglio 1970.

[2] http://www.treccani.it/enciclopedia/femminismo/.

[3] Espressione con cui Mao Zedong (1938-1976) ha definito la donna e che è venuta quasi proverbiale.

[4] Il termine «educazione» viene qui usato in senso estensivo, per indicare un addestramento a vasto spettro, capace di rendere il destinatario (nel caso di specie i cuccioli di cane e di gatto) in grado di affrontare anche situazioni differenti da quelle incontrate durante la preparazione, per porlo in condizioni di affrontare la vita che lo attende. Non si può parlare di educazione in senso stretto, perché gli insegnamenti sono, ovviamente, rivolti, trattandosi di animali, agli istinti e non alla ragione.

[5] Espressione del gergo studentesco indicante l’attitudine ad impegnarsi unicamente quel tanto che basta per raggiungere l’obiettivo di voto prefissato; si è, poi, allargata nel significato fino ad indicare un atteggiamento di moderata pigrizia, molto attento a non “sprecare” energie “inutilmente”, in ogni campo.

 

 

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