«Carissimo figlio in Cristo, io, Caterina, la serva e la schiava dei servi di Gesù Cristo, vi scrivo nel suo sangue prezioso, col desiderio di vedervi fra i veri cavalieri pronti a dare la vita per Gesù crocifisso. Voi siete nel campo di battaglia di questa vita tenebrosa, dove siamo continuamente di fronte ai nemici. Il mondo ci perseguita con ricchezze, onori, rispettabilità; ci fa credere che siano solidi e duraturi, mentre scompaiono e passano come il vento. Il demonio ci attacca con le sue tentazioni, facendoci insultare e pensare a noi per distoglierci dalla carità al prossimo; poiché appena perdiamo l’amore, perdiamo la vita. La carne ci tormenta a causa della sua fragilità e delle sue pulsioni per ostacolarci nella purezza; poiché senza purezza siamo senza Dio. I nemici non dormono mai, sono sempre lì a perseguitarci e Dio lo permette per darci sempre l’occasione di meritare e per toglierci dal sonno della negligenza. Sapete che l’uomo che si sente attaccato dai nemici ha cura di trovare i mezzi per difendersi, perché vede che, se dormisse, sarebbe in pericolo di morte. Anche Dio ce lo fa sentire affinché ci affrettiamo a prendere le armi dell’odio e dell’amore. L’odio chiude al vizio la porta del consenso, resistendo ai nemici e detestandoli con tutte le forze; e apre la porta alle virtù, aprendo le braccia dell’amore per riceverle in fondo all’anima con grande ardore. Vedete quanto è buono, sommamente buono, che i nemici non prevalgano su di noi. Non dobbiamo e non possiamo temere nulla se vogliamo fortificarci dicendo: possiamo tutto per Gesù crocifisso. Cosa deve temere l’anima se ella mette la sua speranza nel suo Creatore?”
(Santa Caterina da Siena, Lettera 55, al conte di Monna Agnola).

Le sette Virtù fanno parte di un ciclo pittorico commissionato a Piero del Pollaiolo nel 1469, che ne realizzò sei, mentre la settima fu realizzata da Sandro Botticelli. Il ciclo era destinato alla sala dell’Udienza nel Tribunale di Mercanzia in piazza della Signoria a Firenze, oggi conservato alle Galleria degli Uffizi
Santa Caterina da Siena era piuttosto portata alla scrittura di missive e lettere, era una vera cristiana che si interfacciava con gli uomini potenti del tempo, sia autorità civili che religiose, fino ad arrivare al Papa per la missione che tutti sappiamo: andare ad Avignone e chiedere al sommo Pontefice di tornare a Roma, sede naturale del papato.
Caterina è una combattente, una giovane piena di fede e di ardore, una maestra di vita spirituale, pur non avendo studiato. La sua è la sapienza di Cristo.
Ebbene, scrivendo a questo tal conte di Monna Agnola, la santa senese dice che egli, da buon cristiano, deve prendere «le armi dell’odio e dell’amore». Come mai le armi dell’odio? Possibile che un buon cristiano debba odiare? Sembrerà strano, ma la risposta è sì. Per altro aveva usato questa espressione anche Gesù nel Vangelo: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). Poi naturalmente tutti gli esegeti e studiosi si affrettano a dire che si tratta di un ebraismo e che con questo termine si intende essere distaccati da tutto e da tutti, ma sta di fatto che tale parola è scritta nel Vangelo e lì rimane.
Caterina specifica che l’odio va riversato con forza contro i nemici, che sono il demonio e i propri vizi. Di sicuro, questi non bisogna amarli, perché risulta impossibile amare sia Dio che il demonio, sia le virtù che i vizi. Se da una parte dobbiamo sforzarci di vivere virtuosamente, dall’altra dobbiamo sforzarci di odiare virtuosamente, ossia disprezzare e condannare i peccati, le cattive inclinazioni, il demonio tentatore, le potenze tenebrose del male. Sì, dobbiamo odiare tutte queste cose. Tale sentimento non è impossibile… anzi, è certo che anche noi ne abbiamo fatto a volte esperienza, perché ci sarà capitato qualche volta di avere odiato qualcuno, senza poi fargli del male, ma comunque di avere coltivato sentimenti avversi. Questo fa parte della nostra natura umana.
Ebbene, santa Caterina esorta il conte e quindi ciascuno di noi a fare guerra contro le nostre passioni per godere poi la ricompensa dell’amore di Dio, per sentire e avvertire tutta la dolcezza e la bellezza della grazia divina.
Tutti i santi sono grandi combattenti. Lo stesso san Paolo nella Lettera a Timoteo scrive che la guerra si deve fare seriamente (ma si deve fare) e che «anche nelle gare atletiche non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole» (2 Tm 2,5).
Se la Chiesa s’è svilita, oggi, è forse anche perché ha perduto questo senso di combattimento spirituale e di lotta, come se il nemico non ci fosse, come se bastassero i buoni sentimenti per vivere virtuosamente. No, occorre anche la spada. La collera è un sentimento giusto e santo (l’Antico Testamento parla diverse volte addirittura dell’ira di Dio), ma va direzionata nel modo giusto: non contro il vicino di casa o contro il capufficio, ma contro l’ingiustizia, il demonio e i nostri peccati. I collerici alla fine vincono, se è vero che «Il Regno dei cieli patisce violenza e solo i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12). E come posso essere violento se sto sempre sul divano spirituale e non mi alzo mai per combattere? Come posso bere il Sangue di Cristo se poi non ne sento le vampate inesorabili? Come posso pensare di mantenere tutti i miei vizi e le molli abitudini del mondo, e al tempo stesso di cacciare il maligno?

Hieronymus Bosch, Sette peccati capitali, olio su tavola, 1505/1520, 120 cm x 150 cm, Museo del Padro, Madrid
Che poi sia una ragazza a ricordarci queste esigenze, la dice lunga. Ma meglio donne come santa Caterina che uomini senza nerbo, che non sanno opporsi al male, che parlano di pace, ma che non sanno impugnare e lanciare i dardi infuocati della fede.
La Chiesa è sempre stata combattiva, ha sempre condannato l’errore, ha sempre insegnato a respingere ciò che è contrario al nome di cristiano, ha sempre nutrito i suoi figli della sana Verità. Questa è la Chiesa che vogliamo: quella che ci insegna ad amare fino alla morte di croce e ad odiare fino alla morte di croce, che ci aiuta a rimetterci sulla retta via dopo ogni nostro errore senza timore di essere impopolare. E non si tratta tanto di definire una Chiesa di eroi: i santi erano deboli uomini, ma trasfigurati dalla grazia e rigonfi dei muscoli della Verità. Molti di loro subivano il martirio, ma morivano felici. Finalmente, con la loro morte, trionfava la vera giustizia, perché nessuna persecuzione potrà mai spegnere il fuoco dell’amore di Dio.
Rolando Rivi morì a 14 anni perché non si voleva togliere la tonaca da seminarista. Dava fastidio quella sua aria da “pretino”. Eppure non faceva male ad una mosca; se ne stava buono, non provocava nessuno. L’odio si slanciò contro di lui e quelli che lo catturarono, nella primavera del 1945, infierirono senza alcuna ragione sul suo corpo inerme e debole. Lo torturarono per tre giorni, prendendolo a cinghiate, mentre egli non proferiva parola. Alla fine lo portarono nel bosco davanti ad una fossa già scavata, gli strapparono quell’odiata tonaca, lo evirarono brutalmente, poi gli spararono in testa. Prima di morire egli chiese solo un paio di minuti di raccoglimento per poter pregare, disse, per i suoi genitori.
Chi fu il forte, chi fu il debole di questa vicenda? Chi vinse, chi perse? Rolando aveva «odiato la propria vita», secondo l’espressione del Vangelo, perché voleva essere di Cristo. Lottò non contro gli uomini torturatori e aguzzini, ma si fece forza per rimanere forte, coerente, fedele. Gli altri odiarono uno più debole di loro (tre uomini armati contro un ragazzino inerme… non fu difficile per loro), si scagliarono contro di lui, lo sbranarono, lo tolsero dal mondo pensando di fare la cosa giusta, ma sprofondarono ancora di più nelle tenebre. Questi uomini non “odiarono” sé stessi per vincere le proprie passioni, ma lasciarono che le passioni prendessero il sopravvento su di loro. Se avessero ascoltato santa Caterina…
