Il 9 ottobre di sessant’anni fa si spegneva Pio XII. Gli anniversari non hanno, sostanzialmente, altra funzione che quella di permettere, prendendo spunto dall’evento o dalla persona celebrata, di approfondire o, anche solo, di richiamare temi, concetti e/o princìpi che abbiano una qualche utilità nell’illuminare il presente e di aiutare nella costruzione di un futuro migliore. Per questa ragione, ci lascia particolarmente perplessi l’assordante silenzio che ha accompagnato la ricorrenza della morte dell’ultimo Pontefice preconciliare, quasi che il suo magistero non abbia più nulla da dire; silenzio che ha rarissime quanto meritevoli eccezioni, come quella della città di Castel Gandolfo e quella della parrocchia di Onano. Particolarmente fragoroso è, almeno in Italia, l’oblio di tale ricorrenza nel “mondo” che si richiama alla Tradizione cattolica.

Ma per quale ragione dovremmo oggi ricordare la figura di un Papa controverso (anche se sarebbe più corretto dire calunniato), ultima espressione di un cattolicesimo ormai ripudiato dagli stessi vertici della Chiesa?

I motivi potrebbero essere molti e del genere più svariato, dall’aristocratica eleganza del tratto, la cui riscoperta è particolarmente urgente in un “mondo” occidentale sempre più ostentatamente sguaiato, alla forte difesa della Chiesa cattolica in Cina contro le pretese cesariste[1] del Governo di Pechino, così stridentemente in contrasto con l’ultima resa senza condizioni della Santa Sede alle pretese della Repubblica popolare cinese. Riteniamo, però, che il suo maggior lascito sia la, purtroppo inascoltata, condanna della più compiuta evoluzione del Modernismo, che va sotto il nome di «Nouvelle Théologie». Tale condanna viene sintetizzata nell’enciclica «Humani Generis» (22 agosto 1950).

L’importanza e l’attualità di tale documento pontificio risiede, a nostro modesto modo di vedere, nella dimostrazione dell’irrazionalità di ogni cedimento al cosiddetto «pensiero moderno»[2], proprio per l’insostenibilità razionale di quest’ultimo. Rappresenta, insomma, l’ultima grande difesa della ragione umana di parte cattolica.

L’Illuminismo si caratterizza per la totale e assoluta sfiducia nella ragione umana, ritenuta incapace di conoscere la realtà. Il testo di riferimento, che, meglio di altri, sintetizza tale sfiducia, è «La critica della ragion pura» (1781I, 1787II) di Immanuel Kant (1724-1804), nella quale il filosofo di Königsberg sostiene l’incapacità della ragione umana di conoscere il noumeno, vale a dire il concetto.

Nella concezione tradizionale pre-illuminista, di derivazione aristotelica, la conoscenza avviene, sostanzialmente, in due fasi. Dapprima, i sensi conoscono il singolo oggetto (conoscenza sensibile), in modo specifico e puntuale; la ragione, poi, astrae da tale conoscenza sensibile e fornisce il concetto, vale a dire la conoscenza razionale. Kant e, con lui, tutto l’Illuminismo ed il post-Illuminismo negano valore scientifico all’atto astrattivo della ragione umana e, conseguentemente, negano che la ragione stessa possa addivenire ad una qualsivoglia conoscenza, intesa, ovviamente, in senso pieno e oggettivo. La conseguenza è l’eliminazione del concetto di verità e la sua sostituzione con quello di opinione.

La verità è la perfetta aderenza di un’affermazione (del soggetto) alla realtà (oggettiva) descritta. Perché ciò possa avvenire, il soggetto deve possedere una conoscenza oggettiva ed universale dell’oggetto: tale oggettività ed universalità permette la comunicazione del concetto come vero anche agli altri; tutta la trasmissione del sapere umano è basata su questo presupposto. Se, viceversa, si nega, come fa tutto il cosiddetto «pensiero moderno», l’oggettività e l’universalità del processo astrattivo, in luogo della verità, si avrà unicamente l’opinione, vale a dire la corrispondenza tra quanto affermato e quanto ritenuto vero dal soggetto, non necessariamente vero in senso oggettivo.

Il Modernismo è il tentativo di conciliare i principi illuministici con la Fede cattolica, ridotta a sentimento soggettivo e privata, dunque, di ogni oggettivo riferimento alla verità. La cosiddetta «Nouvelle Théologie» tende a portare questo compromesso fino al punto di condannare tutta la filosofia tradizionale (soprattutto quella di derivazione aristotelica) e tutta la tradizionale teologia (in modo particolare quella domenicana e tomista), proprio in nome di una assoluta non conoscibilità del vero e, quindi, di Dio. Questo comporta che le stesse formulazioni dogmatiche non sarebbero, nella concezione modernista, altro che cristallizzazioni del comune sentimento nel momento storico in cui vengono formulati. Tale storicismo modernista porta i seguaci della cosiddetta «Nouvelle Théologie», condannata da «Humani Generis», a voler concretamente sovvertire tutta l’apologetica, tutto il tradizionale insegnamento cattolico e tutta la prassi cattolica fino ad allora seguita.

Il secondo passo, conseguente all’adesione all’irrazionale relativismo illuminista, è un’interpretazione simbolica e soggettiva, sempre mutevole nel tempo e sempre soggetta all’adeguamento al comune sentire dell’epoca, della Sacra Scrittura e della Tradizione. Viene rifiutata la perenne infallibile interpretazione data dalla Chiesa e, addirittura, vengono contraddetti, tramite la suddetta interpretazione simbolica, i passi scritturali non più ritenuti in conformità con il sentimento contemporaneo, ammantando, oltretutto, questo approccio così disinvolto di accenti spiritualisti e “poetici”.

I novatori, sposando la concezione mutilata della ragione umana proprio dell’Illuminismo, arrivano al punto di accusare la Chiesa di ostilità nei confronti della ragione umana. Ed a questo riguardo Pio XII elabora la parte, a nostro modesto avviso, più importante ed attuale dell’enciclica: quella in cui rivendica a nome della Chiesa e della Fede cattolica la difesa e la valorizzazione della ragione umana, contro la sfiducia e le mutilazioni ad essa imposte dall’Illuminismo e dai suoi servi modernisti. Il Magistero tradizionale della Chiesa attribuisce alla ragione umana enorme importanza e le riconosce la capacità di raggiungere il vero (oggettivo), non solo a riguardo delle questioni materiali, ma anche per quanto concerne la conoscenza naturale di Dio; la Fede, senza mai contraddire la ragione, su di essa si innesta per portarla a vette di conoscenza soprannaturale: è il famoso principio tomista, secondo il quale la grazia si innesta sulla natura, presupponendola.

Nell’ultima parte dell’enciclica, il Pontefice estende alla scienza quanto prima affermato per la ragione. Tale puntualizzazione non sarebbe stata, in astratto, necessaria, ma si è resa utile proprio per rispondere alla distorta lettura che i modernisti hanno della ragione e della scienza, che non vedono come uno dei suoi campi di applicazione, ma, invertendo l’ordine logico delle cose, un qualcosa di indistinto e, in qualche modo, superiore alla stessa anima razionale dell’uomo.

Dopo la sbornia delle ideologie conseguenti all’Illuminismo, dopo l’approccio sentimentale ed istintivo alla conoscenza, proprio del cosiddetto «pensiero moderno», poche cose ci appaiono più urgentemente necessarie del ritorno alla ragione, che trova nella Fede, come la Storia della Chiesa ci dimostra, solido ancoraggio e, al tempo stesso, sublime esaltazione.

 

[1] Per cesarismo deve intendersi la pretesa del potere politico di ingerirsi nella vita interna della Chiesa, tanto per ciò che concerne la dottrina, quanto per ciò che riguarda la sua struttura interna e, in modo particolare, la nomina dei Vescovi.

[2] Per pensiero moderno deve intendersi l’insieme delle dottrine filosofiche e delle ideologie derivate dall’Illuminismo; il termine è usato in un’accezione puramente contenutistica, senza nessun riferimento cronologico.

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2 commenti su ““Humani Generis”: la ragione umana nella Chiesa”

  1. Per quanto riguarda l’Illuminismo non posso condividere l’interpretazione esposta da Manetti, autore dell’articolo. L’Illuminismo conferisce alla ragione, che crea la Scienza, una assoluta prevalenza e degrada a fenomeni che cadono “sotto” l’indagine scientifica tutto il resto, compresi i sentimenti religiosi, la fede nella trascendenza, sino alle passioni umane. Al punto che viene creata la “dea ragione”. Purtroppo la Chiesa non è stata capace di capire la natura della Scienza, ma questo è un discorso molto lungo (http://www.lacrimae-rerum.it/documents/la-religione-della-verita.pdf). La Chiesa neppure è stata in grado di di-fendere la figura umana e politica di Papa Pacelli. In una Europa degli anni trenta corrotta, debole ed instupidita, Pacelli fu l’unico a contrastare lo strapotere del nazismo. E lo fece quando gli eroi come Petain si prestavano ai giochi di Hitler, e come adesso Macron sta ripetendo anche peggio, senza subire una minaccia, offrendo la forza militare francese alla Germania in cambio di denaro. Pacelli è stato l’unico a sfidare, con intelligenza e coraggio personale lo strapotere di Hitler, che fu il primo ad ammirare e temere la sua forza d’animo. In una Europa, di nuovo avvelenata dal desiderio di potere di Germania e Francia, Pacelli andrebbe esaltato e celebrato come unico vero grande dell’Europa.

    1. Sulla questione dell’Illuminismo, mi permetto di osservare che, negando l’oggettività e la scientificità del processo astrattivo, si nega alla ragione ogni capacità di conoscenza reale e che, in questo ridurre ogni affermazione a dire soggettivo, tutto diviene opinione e la stessa creatura della ragione (scienza) diviene superiore alla ragione stessa, in quanto le si attribuisce, in maniera assolutamente arbitraria, una valenza di “opinione particolarmente qualificata”, degna di maggiore credibilità rispetto ad ogni deduzione razionale: la fede (nel senso di fiducia) non dipende, quindi, dalla razionalità del processo logico che porta all’affermazione, ma dal pregiudiziale favor nei confronti di ciò che si è aprioristicamente definito come “scientifico”. Il corto circuito logico giunge fino a negare la patente di scientificità al suddetto processo astrattivo, patente che diviene, di fatto, maggiore, se non unica, ragione di credibilità. Ecco che la creatura (scienza) giudica il suo stesso creatore (ragione).

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