Le paradossali imposture intellettuali, oggi

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Quasi trent’anni fa, ebbe gran successo internazionale il libro di Alan Sokal e Jean Bricmont Imposture intellettuali, che affrontava il tema delle pretese scientifiche di concettualismi vari, e spietatamente smascherava filosofi e ideologi alla moda. Il progetto prendeva il via da uno spiritoso inganno, l’invio ad una rivista di un testo arzigogolato e assurdo, e ciò nonostante pubblicato. Senza che vi fosse bisogno di simili trappole, episodi di falsificazione di ricerche e scoperte scientifiche si sono del resto nel tempo più volte verificati, per motivi di vanità, ambizione o guadagno, dando luogo a famosi “casi”. Ma se oggi fosse scritto un libro analogo, che volume gigantesco! Intere facoltà e cattedre universitarie, carriere, curricula, sono fondati su una varietà di combinazioni concettuali fasulle, che vanno dal fatuo ammiccamento alle mode, ai compattamenti ideologici progressisti.

Nell’ideologia woke, la normalizzazione dell’impostura intellettuale, oltre alle mirabolanti carriere nelle istituzioni e nei media, è funzionale alle politiche di consenso e sostegno al sistema, a cui fornisce un apparato di affabulazione: al rigore e all’etica scientifica, sono, del resto impudentemente, opposti apriorismi, pregiudizi, e una cinica per quanto rozza manipolazione di dati, fatti, linguaggi. Le teorie del gender, in collegamento col femminismo mainstream, rappresentano l’esempio più maturo di tale progetto pervasivo e totalitario di mistificazione culturale, di astrazione dal reale e di diversione politica.

Sokal e Bricmont coglievano in flagrante l’abusiva estensione dell’assertività scientifica a complessi concettuali vuoti e posticci, a narrazioni artificiose e approssimative; la trovata del gender come prodotto culturale, che si è imposta successivamente, si è avvantaggiata in effetti di tale apriorismo superficiale, è facile, suggestiva, e confondendo linguistica, sociologia, psicologia, consegna al potere e al mercato l’identità umana. Le sue teoriche, che prima si accontentavano di successi mondani, come Simone de Beauvoir, diventano scienziate di una scienza da loro inventata, totalmente autoreferenziale, la quale può prescindere da ogni sequenza di controllo e coerenza, anzi se ne fa un vanto, un fattore di successo, di riproducibilità all’infinito (i gender studies), d’istituzionalizzazione, e infine di obbligo. Il tutto sarebbe risibile se, com’è logico, non producesse il relativo business, e la mostruosa scia di drammi personali e abusi pseudoeducativi.

Sokal e Bricmont, d’altra parte, fecero in tempo a intercettare il femminismo di Luce Irigaray, a cui è dedicato un capitolo feroce. Pur essendo oscurata dalla mistica lbgt, nonché dalle teorie gender, l’ideologia della diversità femminile in chiave vittimistica e risarcitoria permane negli stereotipi della riscossa antipatriarcale, nell’ossessione sessista, nell’inimicizia verso il maschio, negli automatismi compensativi che paradossalmente vedono le donne sempre come minoranze emarginate e misconosciute. Così, mentre da una parte si nega il sesso come fattore identitario, dall’altra si sospende ogni valutazione critica nel caso di “creatività al femminile”.  Ciò è ovviamente offensivo per le donne, ma alimenta e avvantaggia chi fa del femminismo una professione. Le “imposture intellettuali” sono quindi, anche da questo punto di vista, banalizzate e normalizzate: il “cancel culture” copre e nobilita l’ignoranza, il business domina la scienza, i media accreditano e sostengono i modelli, i processi, i poteri su cui si regge il sistema. In questo modo, paradossalmente, ideologie raffazzonate, prive dei fondamenti dell’economia politica e di ogni rigore razionale e morale, si fanno strumento movimentista, bandiera “dei diritti” e umanitaria e, nello stesso tempo, area di consenso e di schiavitù volontaria a pro del potere e del profitto dei ceti privilegiati e dei centri internazionali di speculazione e ricchezza.

 

 

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