La superiorità “legale” della sinistra

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«Mi auguro che questa barca si avvicini al porto di Napoli perché contrariamente a quello che dice il Governo noi metteremo in campo un’azione di salvataggio e la faremo entrare in porto. Sarò il primo a guidare le azioni di salvataggio» ha dichiarato a Radio Crc il Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Il primo cittadino di Napoli ha, quindi, implicitamente dichiarato di apprestarsi ad usurpare poteri che competono al Governo, in violazione di ogni legge dello Stato e, addirittura, dei principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico, che riguardano la ripartizione dei poteri tra i vari organi dell’apparato pubblico. Il Sindaco è anche un ufficiale del Governo e, in tale veste, dipende direttamente dal Ministro degli Interni e, in conformità con gli atti di indirizzo da questo emanati, sovraintende alla vigilanza sulla sicurezza e sull’ordine pubblico all’interno del suo Comune, informandone preventivamente il Prefetto (art. 54 del D. Lgs n. 267/2000). Ciò significa che il Sindaco ha un dovere di leale collaborazione con il responsabile del Viminale, cui è gerarchicamente subordinato, quanto meno per tutto ciò che concerne le materie di spettanza di tale Ministero e, proprio in virtù di tale subordinazione egli è ufficiale del Governo.

È pensabile che Luigi de Magistris, ex magistrato e proveniente da una famiglia di magistrati (lo furono il suo bisnonno, suo nonno e suo padre prima di lui) non conosca queste nozioni basilari di diritto? Ci sentiamo di escluderlo. E, allora, come si può spiegare un comportamento così smaccatamente “sopra le righe”? Semplicemente con una interpretazione particolare del diritto, interpretazione che lo vede soggiacere alle esigenze della politica.

In tutta la cultura di sinistra, principalmente in quella di matrice marxista, ma come estensioni che ne travalicano i confini, il diritto non ha una sua autonomia, ma è un mero strumento per la realizzazione degli scopi che la politica si prefigge. Questo concetto è, di fatto, il ritorno alla concezione giuridica pre-romana, sia pure rivestita di orpelli “progressisti”.

I romani possono essere definiti gli inventori del diritto non perché gli altri popoli non avessero delle legislazioni, anche di una certa complessità, ma perché, presso tutti gli altri popoli, il diritto era concepito come uno degli strumenti nelle mani del detentore del potere politico per far applicare ai suoi sudditi la sua volontà: la legge era, per loro, un puro atto volitivo. Per gli eredi di Romolo, invece, il diritto è un atto di ragione, una scienza, che ha per oggetto la legge naturale, dalla quale le norme umane debbono essere dedotte.

Con l’Illuminismo ed il Positivismo giuridico, che ne è l’applicazione al diritto, la legge torna ad essere atto di volontà del detentore del potere politico, non più vincolata da nulla, se non da se stessa. Questa idea è, inizialmente, rivoluzionaria e permette all’Assolutismo sei-settecentesco, prima, ed ai Governi rivoluzionari, dopo la Rivoluzione francese, di smantellare gran parte degli ordinamenti giuridici preesistenti in pressoché tutta Europa. Tale concezione, però, diviene, col passare del tempo, potentissimo strumento per la conservazione degli assetti di potere, che, a mano a mano, si sono venuti a cristallizzare, con la creazione di una nuova sacralità del diritto, non più fondata sulla realtà del diritto naturale e della natura umana, ma sulla stessa esistenza di un potere dato. Si pensi, titolo di esempio, al grande favor del Fascismo nei confronti della Scuola tecnico-giuridica di Alfredo (1875-1935) ed Arturo Rocco (1876-1942).

Per poter continuare ad esercitare la sua funzione eversiva, la sinistra necessitava di una concezione ancora più elastica del diritto, che le permettesse di ritenere “legale” tutto ciò che, nel caso specifico, le fosse tornato utile e, al contrario, di dichiarare “illegale” tutto ciò che le si fosse opposto. Questa concezione non è altro che l’applicazione al diritto dei principi della cosiddetta «morale rivoluzionaria» o «doppia morale», molto ben codificati da Vladimir Il’ič Ul’janov (1870-1924), detto Nikolaj Lenin. Essi affermano semplicemente che tutto ciò che è nell’interesse della Rivoluzione è buono e tutto ciò che vi si oppone è malvagio. Lo stesso Lenin esemplifica questi concetti, affermando che, se un reazionario uccide un rivoluzionario, è un assassino, mentre, se un rivoluzionario uccide un reazionario, compie un meritorio ed encomiabile atto politico. Basta sostituire «buono» con «legale» e «malvagio» con «illegale» e si ha la concezione giuridica della sinistra. Per rendersene conto, basta leggere i documenti ufficiali di Magistratura democratica, la corrente più “progressista” della nostra Magistratura, dove, tra l’altro, si afferma che il diritto, essendo ontologicamente classista, deve ricevere, da parte del giudice, una interpretazione egualmente classista, ma di segno opposto (sic!).

Ecco che risulta assolutamente coerente con questo modo di pensare il fatto che quegli stessi “giuristi” che, ad esempio, si scagliano contro l’obiezione di coscienza in tema di aborto e contro la presenza dei Cav (Centri di aiuto alla vita) negli ospedali, incitino i Sindaci a violare le attuali leggi di ordine pubblico e sull’immigrazione, senza percepire alcun contrasto con la loro continua richiesta di istituire corsi di «educazione alla legalità» nelle scuole di ogni ordine e grado.

Sarebbe, quindi, assolutamente ingeneroso ed ingiusto accusare Luigi de Magistris, bis-nipote, nipote e figlio di magistrati, oltre che magistrato lui stesso, di ignoranza giuridica. Ci troviamo di fronte a qualche cosa di molto più profondo e più grave: alla perversione del diritto a strumento di parte e di lotta politica, nelle mani di una fazione. Ma dobbiamo stare assolutamente tranquilli, poiché si tratta della parte “eticamente migliore” del Paese, come così ben illustrato dalla teoria della «superiorità morale della sinistra» di Enrico Berlinguer (1922-1984).

Tutto questo può dare al lettore un senso di discorsi fuori dalla realtà, magari possibili all’interno di teorie e dottrine politiche ormai condannate dalla Storia; e, effettivamente, è così, ma quando, per decenni, se non per secoli, si è cercato di educare i popoli all’abiura della ragione ed al fideismo ideologico, qualche cosa certamente rimane, soprattutto tra coloro che hanno fatto dell’adesione a tali irrazionali principi il maggiore strumento del proprio successo personale e del proprio potere.

Continuando a pregare Maria Santissima, debellatrice di tutte le eresie, si possono, però, nutrire fondate speranze che una grande maggioranza del popolo italiano, anche perché costretta ad un crudo bagno di realismo dalla crisi etica e, conseguentemente, economica che stiamo attraversando, possa vedere oltre questa cortina di menzogne e scorgere la verità, sempre più semplice e lineare del suo contrario.

 

 

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6 commenti su “La superiorità “legale” della sinistra”

  1. La magistratura, come ho detto altre volte è intoccabile::
    – non è mai stata indagata,
    – ha fatto SEMPRE quello che le piaceva fare, indipendentemente dalla GIUSTIZIA, che dovrebbe rappresentare
    ed esercitare…
    – quindi non è mai stata “punita”,
    – ha condizionato spesso la politica italiana,

    E I MAGISTRATI CHE SONO ENTRATI IN POLITICA SONO ENTRATI TUTTI NELLA SINISTRA!!!!!!

    STRANO, vero????

    1. giampaolo orrù

      NO non è strano; e vi spiego il perché. I magistrati partono dal presupposto che loro sono la legge,
      invece di applicare la legge, questo ci fa capire perché sono la maggioranza DELLA SINISTRA (IL LUPO PERDE IL PELO NON IL VIZIO) GUARDATE COME HANNO GOVERNATO I PAESI COMUNISTI (E COME STANNO GOVERNANDO DOVE ANCORA C’E’IL COMUNISMO) SICCOME NON RIESCONO AD IMPORSI NEL GOVERNO PERCHE’ IL POPOLO LI HA MANDATI A ……….. E STANNO CERCANDO DI IMPORSI CON LA FORZA, COME HANNO SEMPRE FATTO.

  2. Elena Quidello

    Una vera lezione del diritto questo articolo ed un approfondimento sulla giustizia che comunque è gestita sempre dagli uomini che, in quanto tali, non sempre agiscono secondo ragione ma secondo i loro personali sentimenti. E’ fin troppo evidente che la volontà di De Magistris nasca da una sua personale visione che non può coincidere con quella di milioni di italiani che reclamano anch’essi i loro diritti di cittadini , diritti derivanti dall’aver contribuito in misura diversa e indirettamente alla gestione del paese tramite gli obblighi richiesti dallo stato. La decisione di De Magistris di accogliere personalmente nel porto di Napoli i migranti è un atto di disubbidienza alla autorità a lui superiore oltre che un pericoloso atto di eversione poichè con il suo esempio egli rischia di accrescere la violenza da parte di un gran numero di immigrati che, avendo acquisito padronanza e libertà di delinquere, si sentirebbero spalleggiati e incoraggiati alla guerriglia urbana contro gli italiani considerati ai loro occhi gli antichi crociati da annientare. Non è fantasia e putroppo le sinistre peccano di superficialità e di presunzione nel pretendere di conoscere tutto sugli immigrati e sulle vere finalità di questa accoglienza che altro non è che una vera e propria invasione dietro cui si nascondono oscuri obiettivi.

  3. Cesaremaria Glori

    Sino alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso si aveva almeno la parola severa e rassicurante del Papa ma dopo il CVII non abbiamo più nemmeno lo scudo della Chiesa Cattolica ammalatasi gravemente per il cancro del Modernismo che ne ha stravolto i quadri e la dottrina. Oggi la falsa dottrina mascherata da approccio pastorale sta demolendo la dottrina di sempre rendendola gradita al Potere massonico imperante. Come vanno d’accordo e a braccetto i due compari, Massoneria e nuova Chiesa! Che fare? Questo è un vero problema, perché noi cristiani che ci richiamiamo alla tradizione e al Magistero di sempre siamo divisi e da minoritari che siamo non riusciamo a influire se non nell’ambito delle chiesuole ove rischiamo di finire come se fossimo confinati in riserve indiane separate le une dalle altre e, spesso, in contrasto tra loro. Diamo troppa importanza ai particolari e trascuriamo gli elementi essenziali che ci accomunano. Nei preti possiamo fare poco affidamento, perché la Gerarchia ha in mano il potere sugli edifici di culto, sulle risorse decise dalle leggi dello Stato e, in aggiunta, ha il favore dello Stato e di una maggioranza della popolazione . Soltanto unendo le diverse formazioni della Tradizione si può sperare di poter contrastare la deriva in atto. Pregare va bene, anzi benissimo ma non si può delegare a Dio di risolvere da solo i nostri problemi. Dio è puro spirito ed onnipotente ma non ha mani e per agire si serve delle nostre mani e dei nostri cuori. Cuori che devono essere di leoni e non di conigli; col Suo aiuto anche in pochi potremmo vincere forze ben maggiori ma soltanto se resteremo uniti come fecero i cristiani della prima epoca, quella dei martiri. Uniti soprattutto nella essenza della dottrina, perché avendo una sola bandiera , quella della fede autentica, potremo ancora incutere rispetto in chi ci avversa.

    1. Tutto il discorso, posto in questi termini, rischia di apparire molto “politico” o, come si dice dopo il Concilio Vaticano II, «pastorale», molto incentrato sulla ricerca operativa dell’unità d’azione tra tutti coloro che, in un modo o in un altro, si richiamano alla Tradizione, piuttosto che sulla purezza della Fede e sulla dimensione spirituale. La stessa insistenza sull’unità è una deviazione tipicamente modernista, perché porta, per ragioni di puro calcolo umano (uniti, magari, si riesce a contare di più!), a porre in ombra le parti più scomode della dottrina, quelle, appunto, che i seguaci dell’unità a tutti i costi definiscono «divisive».
      Anche il paragone storico scelto, vale a dire quello con la Chiesa primitiva, depone a sfavore della tesi dell’unità, in quanto, nei primi tre secoli, nonostante le persecuzioni, i cristiani si sono divisi o, per essere più precisi, molti cristiani hanno imboccato la via dell’eresia, ma la Chiesa, allora, ha sempre mantenuto un atteggiamento molto intransigente, nulla concedendo, soprattutto su questioni di Fede e di testimonianza della Fede; si pensi alla durezza con cui venivano trattati i lapsi, vale a dire quei cristiani che, sotto il peso della violenza della persecuzione, avevano compiuto atti di apostasia o, addirittura, di adorazione di divinità pagane.
      Sul fatto che Dio sia purissimo spirito e, conseguentemente, non abbia un corpo, affermazione, ovviamente, ineccepibile, occorre sempre affiancarla alla Sua onnipotenza, perché, altrimenti, si corre il rischio di vedere nella Sua incorporeità un limite, quasi che, per agire nel mondo della Storia, l’Onnipotente abbia bisogno del concorso dell’uomo, cosa che è palesemente assurda. La crisi della Chiesa non sarà risolta dall’azione saggia o astuta dei “tradizionalisti” e, neppure, dalla loro buona volontà, ma solo dall’azione di Nostro Signore Gesù Cristo, cui solo appartiene la Sua Sposa e che solo è in grado di ricondurla all’ordine. A ciascuno di noi, come ad ogni uomo, compete di cercare di «salvarsi l’anima», come si diceva popolarmente tra le genti cattoliche, e, per fare ciò, deve, innanzitutto, purificare la propria Fede e, conseguentemente, santificare la propria condotta, anche, ovviamente, testimoniando la verità, ciascuno secondo la propria condizione e le modalità che Dio gli indica.

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