Nel 1814 a Roma

«Giacché il Signore ha voluto disporre di me altrimenti da quello che avrei desiderato, bisogna pure che ne venga qualche notizia anche in patria.» (DF).

Con questo inizio, la lettera di Giovanni Marchetti ai parenti in data 13 agosto 1814[1] li informa che, ben lungi dal potersi ritirare a riposo, è stato messo da Pio VII di fronte alla scelta, o di un Vescovado di governo, o di un Vescovado in partibus[2] e l’incarico d’istitutore principale dell’adolescente Carlo Lodovico di Borbone.[3]

Marchetti comunica di aver scelto quest’ultima alternativa, che gli permetteva di restare a Roma e proseguire i suoi studi, e perché più lo allettava “la brevità dell’opera, che dopo tre anni mi riapriva le speranze di ritornare alla vita privata, ove desiderai sempre di poter chiudere la mia troppo rumorosa carriera.” (DF)  

La lettera conclude su un particolare che attira la nostra attenzione: “Siccome domani cominciano le sante Missioni, cui ero destinato in Piazza Navona, non andrò a palazzo [di Spagna, nell’omonima piazza, dove risiedeva il suo allievo] fino a verso la fine del mese; ed occorrendo scrivermi, continuate l’indirizzo al Gesù.” (DF)

 

Il contesto della Roma della Restaurazione dava del resto nuovo impulso alle sue riflessioni, non più proiettate nella polemica antirivoluzionaria, ma concentrate sui nuovi scenari del rapporto tra la Chiesa e gli Stati Nazionali.

Roma era uscita da più di 15 anni di sconvolgimenti, come da una calamità in cui i superstiti si mettono di buona lena a ricostruire, ma ove permane un senso di angoscia e sotterranee tensioni: da città colonizzata a capitale, da fondale per improbabili apoteosi imperiali, a complessa architettura in cerca di nuovi equilibri e stabilità.

 

Processione del Corpus Domini (A.J.B.Thomas nel 1817 – 18) 

.

Dalle sconcertanti feste pagane, mai amate dal popolo romano, si tornava agli affollatissimi eventi religiosi, alle imponenti processioni, alle cerimonie solenni, culminate in agosto, il 7 al Gesù per la ricostituzione della congregazione dei gesuiti e il 15 con le Missioni popolari in piazza Navona, alla presenza del Papa, predicate appunto da Marchetti, come menzionato nella lettera. Queste contarono, tra le migliaia di ascoltatori, un giovane a cui il predicatore dovette fare duratura impressione:

nel giugno precedente, alcuni giorni prima del trionfale ingresso di Pio VII, era infatti giunto a Roma, per allontanarsi dal contesto familiare e provinciale, e anche per chiarirsi con se stesso sul proprio futuro, il ventiduenne Giammaria Mastai Ferretti.[4]

 

Giovanni Maria Mastai Ferretti a 17 anni

 

L’unico ritratto in età giovanile lo raffigura circa 5 anni prima, quando era studente a Volterra, ma può corrispondere all’aspetto delicato ed avvenente, quale descritto dai contemporanei. Giammaria, con contatti e protezioni nell’ambiente ecclesiastico, si inserisce nella vita romana, ove matureranno via via le sue scelte, di frequentazioni, di letture, vocazionali. Marchetti, che ha 61 anni ed è (suo malgrado) una celebrità, non farà parte della cerchia di amici, coetanei o poco maggiori, che accompagneranno Giammaria, giovane dal carattere aperto e comunicativo, nelle diverse esperienze e scelte. Egli si colloca invece, pur in una scarsità o non documentabilità di contatti diretti, come punto di riferimento globale, contribuendo con la sua figura e i suoi testi alla formazione del giovane Mastai, tanto che Falconi gliene attribuisce l’impronta maggiore. In effetti la personalità e l’esempio di Marchetti aveva tutte le caratteristiche per lasciare in lui un segno indelebile, unendo la modestia di vita e l’austerità —fino al fastidio di ogni esteriorità—all’audacia intellettuale con la quale già da giovane sacerdote aveva prima criticato il famoso Fleury e poi avversato il potente vescovo Ricci; accanto a questo, e senza contraddizione, il suo affidarsi alla devozione popolare come senso di fede più immediato e profondo. E l’apologeta, il polemista, il predicatore, l’educatore, il poeta, tutti questi talenti posavano su un fondo roccioso, di indubitabili certezze di fede, a cui tutto doveva riportarsi, e soprattutto le opinioni politiche, le più esposte alla temperie dell’epoca. Le convinzioni di Marchetti in materia erano inoltre esaltate da un prestigio morale ed intellettuale di livello internazionale, unici nella Roma del tempo.

 

Un intellettuale europeo

Già nel 1796, come abbiamo visto, in Che importa ai preti? agli aveva prospettato una lettura della storia come ricorrente minaccia di emersione delle forze del male e del disordine, tornando su questi temi nell’apologo Le metamorfosi (1799) e in altri testi, apparsi in volumi e su riviste. Nel 1817 pubblicò il primo tomo di Della Chiesa quanto allo stato civile della città, seguito nel 1818 dal secondo.[5]

Marchetti parte dalla prospettiva dei quasi vent’anni, dalla rivoluzione francese alla caduta di Napoleone, che hanno sconvolto l’Europa e la vita dei popoli: “Deve dunque essere proporzionale a tanta mole l’insegnamento, che vi ha disposto per noi, e per le generazioni avvenire, la Sovrana Provvidenza regolatrice.” Il suo intento è quindi di guardare oltre la contingenza degli eventi, per individuarne un significato e un possibile ordine che permetta all’uomo di vivere in pace col suo destino. I regimi politici non risolvono l’utopia della felicità sociale, e “tutti i modi di società non sono al più che un calcolo del meno peggio possibile.” L’attenzione è volta alla Chiesa, che nella sua missione sovrannaturale, svolge un’influenza di ausilio, correzione e mediazione tra popoli e governi, nonché tra nazioni, in conformità all’ordine morale voluto da Dio. In questo disegno, essenziale è la figura e l’universalità del Papa, non come monarca terreno (anche se l’autonomia territoriale ed economica sono condizioni della sua indipendenza), ma come vicario di Cristo, a cui le nazioni cristiane devono riferirsi come suprema autorità regolatrice.

 

Benedizione del Bambino All’Aracoeli (A.J.B.Thomas nel 1817 – 18)

L’unità della Chiesa —contro forme di gallicanesimo che portano con sé politicizzazione e secolarizzazione— è a sua volta condizione e obiettivo, ed essa deve rigenerarsi nel contatto col popolo, con la devozione tradizionale, in cui misteriosamente la fede si manifesta più che nelle dotte e astruse dispute, di cui l’esperienza stessa induce a diffidare.[6]

Le convinzioni ed elaborazioni di Marchetti furono all’epoca l’espressione più matura del pensiero teologico-canonistico romano; e quegIi stessi temi e caratteri, nessuno escluso, dall’intransigenza alla comunicativa popolare, verranno a costituire la base e la forma stessa del pensiero di Giammaria Mastai Ferretti, come uomo, sacerdote e poi Papa.

Nel frattempo il prestigio di Marchetti, stabilito sin dalla traduzione e fortuna delle prime sue opere, era cresciuto all’estero, non solo quanto alla sua efficacia di polemista antirivoluzionario, ma proprio per l’attenzione che aveva posto alle questioni centrali del primato del papa e delle tematiche del rapporto tra Chiesa e Stato moderno.

Dopo il 1818 si erano diffuse in Italia traduzioni delle opere di Lamennais e De Maistre (i più importanti scrittori “ultramontani” in contrapposizione ai gallicani), ad arricchire la discussione sul primato papale, ma anche rendere più complessa la politica di equilibrio portata avanti dalla Curia, soprattutto nella persona del cardinale Consalvi. Le tesi estreme sulla supremazia papale nel temporale potevano infatti turbare i rapporti tra la Santa Sede e i governi cattolici e la stessa opera di restaurazione dello Stato pontificio.

 

Joseph-Marie de Maistre (1753 – 1821)

Le posizioni degli ultramontani, nonostante la risonanza internazionale, non costituivano d’altra parte una novità, ma erano in gran parte una riesposizione e rielaborazione delle tesi primatistiche dei teologi romani, e soprattutto del Marchetti, che più volte e da tempo le aveva argomentate nei suoi scritti. Si assiste così ad un intreccio tra ufficialità e manovre riservate, su delicati equilibri di forza interni e internazionali, che si traduce in un rallentamento per anni delle traduzioni e pubblicazioni delle opere, compreso il terzo volume del Della Chiesa.. di Marchetti, che potè uscire solo nel 1824, probabilmente dopo una revisione da parte dell’autore. In esso, citando con grande consenso l’Essai sur l’indifférence en matière de religion di Lamennais, il Marchetti manifestava di accettare la teoria contrattualistica dell’origine dello Stato, sostenendo tuttavia che il primo obiettivo del contratto è la salvezza eterna. Il papa è il custode e il giudice della sua osservanza e, in caso di inadempienza del governo, ha il dovere di condannarlo e di sciogliere i sudditi dal vincolo di fedeltà, “lasciando che l’ordine civile vada anche sossopra senza di lui a ripigliar l’equilibrio con le reazioni convulse, alle quali lo porta il vortice delle cose umane nelle città fuor della Chiesa.” (Della Chiesa.., III, p. 265)

Lamennais a sua volta ha citato più volte la prima opera storiografica di Marchetti, la famosa Critica della Storia Ecclesiastica.. (1782–83), dalle molteplici traduzioni ed edizioni, come punto di riferimento primario, di cui gli studiosi hanno rilevato la puntuale rispondenza nei suoi testi.

Per parte sua De Maistre si dichiarò tributario del Marchetti e cercò di mettersi in contatto direttamente con lui per avere un parere sulla sua opera Du Pape (Lione 1819).Tale richiesta, pervenutagli in via riservata ed accolta col consueto fervore intellettuale, non fu però soddisfatta, in quanto De Maistre morì nel febbraio 1821 e Marchetti, ignorandone il decesso, gli inviò il suo testo di osservazioni molti mesi dopo.

Partecipò in compenso alla prima edizione dell’opera, corredata dalle sue annotazioni. (Del papa del sig.Conte le Maistre, Imola 1821) nonché di Della Chiesa gallicana nel suo rapporto col sovrano pontefice (Imola 1822), pure da lui commentata.

La valutazione del Marchetti sul testo di De Maistre era positiva, in particolare per quanto riguardava l’origine del potere temporale dei papi e la confutazione delle teorie gallicane. Circa l’infallibilità del papa, il Marchetti, rispetto a De Maistre, ne sottolineava la derivazione da un potere essenzialmente spirituale, da un dogma di fede istituito da Cristo (visione che si ritroverà nel Concilio Vaticano I).

Nel frattempo Pio VII non aveva abbandonato il progetto di impiegare le capacità pastorali ed organizzative del Marchetti nel governo di una diocesi, soprattutto ove vi fossero situazioni difficili, come era il caso della diocesi di Rimini. Fece sapere per vie confidenziali di questo suo desiderio al Marchetti, che vi trovò conferma della stima del Papa e nuove energie. Tanto che, rimettendosi alla volontà di lui e accettando il nuovo compito, gravoso per un uomo di 69 anni, ebbe a confidare per lettera al Della Fanteria“di non essermi sentito, da un pezzo in qua, cosí bene in salute. Meno un poco di calo di vista non mi

accorgerei quasi dell’accrescimento di venti anni.” (DF)

 

Lettera di Marchetti vicario apostolico di Rimini

Nei due anni di permanenza a Rimini (1822/24) come amministratore apostolico il Marchetti svolse la sua missione con efficacia, moderazione e generale apprezzamento, sia nella direzione delle opere assistenziali, avvalendosi anche di persone che avevano coperto incarichi nel napoleonico Regno d’I­ta­lia, sia in campo religioso, introducendo pratiche care alla devozionalità dei gesuiti: anticipo della prima comunione per i fanciulli dai 12 ai 6–7 anni; diffusione degli esercizi spirituali, creazione della “Congregazione festiva”, scuola di formazione religiosa aperta a tutti i giovani.

Il 15 aprile 1824, aderendo alla richiesta del Marchetti di lasciare l’incarico pastorale, il neoeletto Leone XII lo richiamò a Roma, assegnandogli un appartamento nel palazzo del Quirinale. Si tratta del vertice del prestigio di Marchetti, su cui nel 1825 il cardinale Pacca, richiesto di un parere da parte del Papa sulla possibilità d’indire un concilio a Roma, prendendo atto della carenza di teologi e di esperti «per avere un voto dotto e ragionato» rispondeva che quelli pur presenti “da Marchetti in fuori, non godono in Italia e in Europa quella reputazione e fama, ch’è pur necessaria in Teologi d’un Concilio.”

“Il medesimo Pontefice, indi a poco tempo, lo elesse a faticare nelle solenni missioni, che fece dare in preparamento all’anno del Giubileo; e fu cosa veramente mirabile udire un vecchio d’anni settantadue, ed oppresso da un vivere sempre pienissimo di fatiche, annunziare all’affollato popolo in una delle piú grandi piazze di Roma con sommo zelo la parola di Dio.” (DF)

 

Apertura della Porta Santa – Giubileo 1825

 

La prova più dura

Se abbiamo parlato di vertice, è perché nel 1826 si giunge all’episodio che doveva portare ad una conclusione di vita e di carriera totalmente diversa da quello che si poteva prevedere, per un uomo di chiara fama, collaboratore di tre papi, per quanto mai direttamente operante all’interno degli apparati curiali.

La rotta di collisione con l’ala più possibilista di essi circa le tesi gallicane e sul primato del papa, fino ad allora evitata contenendo la questione negli ambiti —pur assai sorvegliati— della discussione e del confronto di tesi, giunse al punto di scontro sulla lettera di un documento, che comportasse esplicitamente —o no— la condanna dei princìpi gallicani: per gli intransigenti —e per il Marchetti— tale condanna era necessaria, per affermare la piena autorità della Santa Sede sugli episcopati nazionali, contro il rischio che questi potessero essere subalterni al potere politico.

“Essendo morto Monsignor Zen, segretario della sacra Congregazione de’ vescovi e regolari, Leone XII, nel 1826, conferi al Marchetti quella luminosissima carica, dalla quale d’ordinario si ascende immediatamente al cardinalato. Ma il Signore, che negli alti suoi consigli voleva, prima di chiamarlo a sè, purificare ben bene il suo servo nel crogiuolo dell’umiliazione ed afflizione, dispose che quel nuovo uffizio, in vece d’aprirgli l’adito all’onore dalla sacra porpora, lo conducesse a finire i suoi giorni in quella solitudine e ritiramento, che tanto aveva desiderato”. (DF)

Il Marchetti infatti, forte del suo prestigio e della sua nuova carica, ritenne di poter forzare una presa di posizione ufficiale e formale contro il gallicanesimo.

“Gli Oblati di Pinerolo dimandarono alla S. Sede che fosse approvata la loro pia istituzione, ed il S. Padre a questo fine aveva eletta una speciale congregazione di cardinali, di cui fu segretario cum voto Monsignor Marchetti. Questi, pieno com’era stato sempre, e com’era ancor piú negli ultimi anni di sua vita, di fervido zelo per la Chiesa, pensò d’ aver trovato occasione opportuna a vibrare un colpo molto efficace contro i famosi quattro articoli Gallicani del 1682, ne’ quali i malintenzionati avevan sempre trovato un’arma a turbare l’ovile di Cristo. Laonde ci voleva che quegli Oblati attendessero specialmente a combattere il cosí detto Gallicanismo; e nella professione di fede, ch’eglino avrebbero rinnovata ogni anno con giuramento nel dí de’ santi apostoli Pietro e Paolo, fece includere vigorose parole di condanna de’ mentovati quattro articoli, i quali nondimeno in quella formola di fede non erano espressamente nominati. Compose in oltre e sottoscrisse un decreto, ex audientia Sanctissimi delli 21 di luglio del 1826, secondo il quale gli Oblati di Pinerolo farebbero uso della nuova formola di professione di fede: e si conchiudeva che il decreto medesimo sarebbe spedito anche mediante una lettera apostolica in forma di Breve.” (DF)

Giunto il decreto ormai alla soglia del­l’ufficializzazione, e fidando il Marchetti sul­l’assenso verbale del Papa, l’iter fu bloccato dal Mons.Capaccini della segreteria dei Brevi, di opposto orientamento, che motivò la sua opposizione con il rischio di sollevare le rimostranze dei governi. Marchetti tentò di creare un precedente di fatto, pubblicando il testo e diffondendolo. A questo punto la Curia si mosse compatta, proibendone la stampa alle tipografie, rinnegando i precedenti consensi e censurando la stessa esistenza del decreto. Il cardinale Pacca chiese a Marchetti di farne una nuova stesura, priva della formula incriminata; ma questi rifiutò in termini sui quali difficile sarebbe stato pervenire ad un accomodamento, né del resto la questione dava margini di dilazione e ambiguità.

Il 1° settembre 1826 il decreto fu pubblicato con la consueta formula di Pio IV. Il Marchetti, combattivo e mai rassegnato verso i persecutori e nemici politici, questa volta fu e si sentí sconfitto nella lotta con gli avversari interni alla Chiesa, e forse tradito.

“Vedendo che svanivano le speranze, che il suo gran zelo aveva concepite, e riputandosi leso nelle sue convenienze, ne rimase talmente conturbato, che per grande irritazione nervosa soggiacque ad un insulto apoplettico, il quale per qualche tempo lo lasciò impedito nella parte sinistra del corpo, e specialmente nel braccio. Chiesta allora al S. Padre la permissione di provare se poteva sanarsi coll’aria nativa, ci si ritirava in Empoli; e nel­l’atto di prender congedo dal Papa gli presentava rispettosamente una carta, nella quale dopo molte proteste di riverenza e di gratitudine per li segnalati benefizi già ricevuti, e per gli altri benefizi maggiori, che gli erano stati annunziati, lo pregava caldamente a concedergli di ritirarsi a con­sacrare (sono sue parole) «questo poco di tempo d’u­na vita, che fugge, a quel solo pensiero, per cui siamo fatti, di provvedere, cioè, quanto meglio ci è dato alla eternità»”.(DF)

Il Papa tentò di procrastinare le dimissioni, facendo prevedere l’imminente nomina a cardinale. Ma scriveva il Marchetti:

“io sono vicino all’eternità, che importa a me essere sepolto con un cencio rosso, o con uno straccio pavonazzo?” ed altrove, con grande sensibilità autocritica ma anche orgoglio per la coerenza di una vita intera, faceva presente “la sua età di ormai settantaquattro anni affaticati; un tocco apoplettico, sebben leggiero, avuto al lato sinistro; la declinazione quotidiana de’ suoi sensi; la diminuzione delle forze fisiche e morali, necessarie per li gran­di affari di Chiesa; la sua prevenzione per certi principi, che da oltre quarant’anni in qua aveva tenuti e professati come altamente interessanti la coscienza circa le cose ecclesiastiche; prevenzione che lo rendeva incapace a rimaner nel suo posto senza veder troppo spesso sè in grande angustia ed altri in imbarazzo.” (DF)

Del resto di lí a poco Lamennais pubblicava nel Mémorial catholique il decreto nella versione originale redatta dal Marchetti e da lui inviatagli a suo tempo, e con questo la carriera romana di Marchetti si chiuse definitivamente.

La sua esautorazione fece grande impressione a Roma e nella più ampia comunità culturale e religiosa, anche perché, data la sua specchiata moralità e notorio disinteresse, chi pure biasimasse il suo tentato colpo di mano, non poteva attribuirlo che ad un eccesso di zelo e fors’anche a ingenuità. È probabile che nella vicenda siano entrati —oltre a dissensi nel merito e sui metodi, e da entrambe le parti— fattori personali, di carattere e di orgoglio. Il Mastai, che era tornato da una missione di due anni in Cile, ne fu colpito e sconcertato, e ne ebbe probabilmente un’impressione di confusa incoerenza, d’incertezza sui principi, negli atti e dei moventi del vertice della Chiesa.

 

“EN EGO MORIOR, ET DEUS ERIT VOBISCUM”

Il ritorno a Empoli, certo amareggiato dalla vicenda romana e da generali prospettive future che più turbano gli animi combattivi quando di esse son solo spettatori, non fu anch’esso quel sereno tramonto che Marchetti, nel pieno dell’attività, si era prefigurato. Per un uomo abituato a trattare con un’élite intellettuale e politica di livello internazionale, l’adattarsi ad una dimensione men che provinciale dovette essere arduo, né probabilmente fu facile per i suoi concittadini rapportarsi a lui. Ulteriori amarezze, per noi non prive di una suggestione simbolica, gli vennero dalle vicende della sua biblioteca. Ce le aveva preannunciate il Della Fanteria, riferendosi ai primi del secolo:

“In questo medesimo tempo, che visse senza cariche, fece le sue disposizioni testamentarie; ed avendo sempre portato grande affetto ad Empoli, sua patria, a questa volle lasciare la scelta sua biblioteca; cosa a lui carissima, e nella quale aveva spesi quasi tutti i suoi risparmi. In questa biblioteca erano circa diecimila volumi, vi si vedeva qual­che rara edizione, qualche manoscritto importante, e di libri appartenenti agli studi ecclesiastici era molto bene assortita. Egli la fece trasportar subito da Roma ad Empoli, e con gran contentezza e fervore attendeva a collocarla in buon ordine; mai certamente immaginavasi allora che un dono si bello dovrebbe poi essergli sorgente di gravi amarezze negli ultimi anni della sua vita.” (DF)

 Inizia da qui la storia piuttosto malinconica, di questo enorme deposito di libri immagazzinato, e che solo nel 1819 ebbe una sede, una sistemazione e una custodia, mentre ne permaneva incerto lo status giuridico. Biblioteca privata con uso pubblico ovvero proprietà del Capitolo a seguito donazione? La questione si fece già in questa fase complicata e spinosa. Nel 1820 Marchetti chiarì di non aver mai inteso cedere la proprietà, e che quindi era da intendersi uso pubblico. Ne derivò un ulteriore contenzioso, che con il suo arrivo nel 1824 non ebbe che a inasprirsi, e che finì solo dopo la sua morte, quando gli eredi cedettero il fondo librario per un prezzo simbolico al preposto, che a sua volta lo donò al comune. La biblioteca venne infine aperta al pubblico nel 1834, ma non solo non fu intitolata a Marchetti, né a S. Giovanni Battista com’era suo voto, ma nella lapide apposta è menzionato con tutti gli onori come donatore solo il preposto Bonistalli.[7]

Questa rimozione, segno di uno strascico d’incomprensioni e rancori, anticipò il successivo oblio e la riduzione ideologica della figura di Marchetti, con le poche eccezioni di cui abbiamo parlato.

Possiamo quindi immaginare gli ultimi suoi anni, ospite in una villa a Cerbaiola, in un sostanziale isolamento (senza nemmeno i suoi libri!), visitato da pochi amici e discepoli, tra cui il Della Fanteria, che conclude il suo racconto con trepida commozione:

“La sua inclinazione alla fatica dello scrivere crebbe, anzi che no. Il suo zelo di predicare mantenevasi vivo ed indefesso; sicché fu udito annunziare con forza e fervore la parola di Dio anche negli ultimi mesi della sua vita. Sempre parco nella men­sa ed in ogni spesa domestica, e fermo nella massima di non far debiti, né avanzi, consumava piamente ed utilmente le molte rendite personali, delle quali trovavasi provveduto; e quando mori, non gli fu trovato nemmeno tanto danaro che bastasse per le spese del decoroso suo funerale. In tal modo e col continuo esercizio di opere di pietà egli si preparava alla morte, che l’età molto avanzata, le fatiche sopportate, le recenti afflizioni e gli sconcerti di salute gli presagivano essere ormai vicina. E di fatto un’i­dropisia di petto lo tolse di questa vita terrena, alli 15 di novembre del 1829, essendo egli già inoltrato nell’anno suo settantesimo settimo. Quella fede e quel fervore di divozione, che aveva avuto cosí vivo in tutto il tempo del virtuoso suo vivere, non l’abbandonò in quel gran punto; e persona, la quale fu presente al suo transito, cosí me ne dava notizia e me ne descriveva le circostanze.

Il di 8 del corrente mese di novembre gli ritornò il solito malanno. Nella settimana migliorò; ma il sabato notte, giorno 14, cominciò a peggiorare, e gli sopraggiunsero forti convulsioni. Onde la sera, verso le ore ventiquattro, gli venne il santissimo Viatico, accompagnato da tutto il clero e dai migliori del paese. Non si può descrivere con quanto fervore lo ricevé; e allora si fece mortale, perché tutto il giorno diceva di star bene. Dopo il santissimo Viatico le convulsioni furono piú forti. Gli diedero l’Olio santo; e poco dopo, la raccomandazione dell’anima. Salmeggiò tutta la notte co’ curati. Questi non potevano talvolta reggere il pianto dalla tenerezza, nel sentire come si raccomandava che Dio avesse l’anima sua. La mattina alle ore quattro non poté piú parlare. Ebbe un’ora di agonia, ed alle otto e tre quarti spirò”.

 

 

Secondo il suo desiderio, fu sepolto nella cappella del Santissimo Sacramento della Chiesa Collegiata di Empoli.

La sua morte destò eco e cordoglio a Roma[8] e certo impressione profonda in Giammaria Mastai, dal 3 giugno 1827, a 35 anni, arcivescovo di Spoleto.

Nelle sue opere Marchetti non lasciò solo il segno della sua intelligenza, cultura, audacia. Nei Trattenimenti di famiglia su la Storia della Religione con le sue prove (Roma 1800) egli trasmette la sua fede luminosa, mai oscurata dall’orgoglio delle vittorie, né dall’amarezza delle sconfitte; si rivolge ai lettori nella figura di padre verso i figli che si affacciano alla vita, e per i quali, pur nella fede, trepida, tante sono le debolezze umane e le insidie dei tempi:

“En ego morior, et Deus erit vobiscum (Gen, XLVIII, 21)

[..]«Non mancano in questi tempi di quegli spiriti arroganti, che (..) sono arrivati a pretendere, che Dio stesso non avesse contener cosa alcuna nascosta e impenetrabile agli occhi loro; di loro, che non sono capaci d’intendere come si formi il più piccolo filo d’erba, né di spiegare come una foglia passando pel corpo di un baco, si cangi in così bella seta; anzi non saprebbero nemmeno dirvi come si formi il loro stesso pensiero, eppure mostrano di volere, che Iddio non abbia potuto regolare altrimenti il sistema dell’Universo, che secondo i piani dell’imbecille loro immaginazione.” (p.12)

 La lettura delle opere di Marchetti, che gli storici della narrazione ufficiale relegano nella biblioteca della controrivoluzione e della reazione spazzate via dal progresso, acquista oggi una nuova suggestione e un’impressionante pertinenza. L’evanescenza della Chiesa come testimonianza coerente per inderogabilità e chiarezza sui principi, e come katechon contro la disgregazione dell’ordine antropologico, fa leggere nel pessimismo marchettiano una sensibilità presaga delle derive della modernità.

E sembra che ad esso facciano eco —e forse tali si incontrarono nella mente e nel cuore di Papa Mastai— le famose parole di Juan Donoso Cortés, nel discorso alle Cortes spagnole del 4 gennaio 1849, quando, rivolgendosi ai banchi della sinistra esclamava: “Il fondamento, signori, di tutti vostri errori consiste nel non sapere qual è la direzione della civiltà e del mondo. Voi credete che la civiltà e il mondo vadano avanti, mentre al contrario tornano indietro. Il mondo cammina alla costituzione di un dispotismo il più gigantesco e assoluto che sia mai esistito a memoria d’uomo”.

 

 

 

 

[1]   La lettera è riportata integralmente da Luigi della Fanteria, nella «Biografia di mons.Giovanni Marchetti arcivescovo di Ancira» in Continuazione delle Memorie di religione, di morale e di letteratura, V (1836), pp. 257–299. I brani tratti da tale biografia sono segnalati in corsivo con sigla DF.

[2]   In partibus infidelium, sedi episcopali di sola titolarità. Per Marchetti si tratterà dell’arcidiocesi di Ancira (Ankara), dal 26 settembre 1814.

[3]   Carlo Lodovico di Borbone-Parma (1799–1883), all’epoca re d’Etruria, divenne duca di Lucca (1824–1847) e poi duca di Parma dal 1847 al 1849, quando abdicò a favore del figlio, che fu ucciso nel 1854. Personalità inquieta e contraddittoria, sposò Maria Teresa di Savoia, profondamente cattolica; forse traccia del rapporto con Marchetti restò in un interesse religioso eclettico, rivolto ai diversi rituali, alla musica sacra e alla raccolta di testi biblici e liturgici.

[4]   Qui e nel seguito, attingiamo alla ricca e documentata biografia di Carlo Falconi. Il giovane Mastai. Il futuro Pio IX dall’infanzia a Senigallia alla Roma della Restaurazione 1792–1827. (ed. Rusconi 1981)

[5]   Riguardo al testo, il Della Fanteria lamenta una certa oscurità del linguaggio, e riporta brani della lettera inviata a lui, giovane correttore delle bozze, dal Marchetti stesso: «Capisco che non è oggi la moda de’ miei soggetti e del mio metodo. Jam fuimus; e forse ritorneranno, quando non sarò piú qui. Ma basta, mio ca­ro… che stiamo bene ove anderemo… La lusin­ga è di far del bene. Ma la lusinga è solita… Dio lo sa. Almeno l’intenzione sarà di suo servigio.» (DF)

[6]   Aveva scritto in Che importa ai preti?(§25): «Capite ora, mio amico, nelle sue cause, quel moscajo di dispute che in un intero secolo hanno tenuto nel più vivo esercizio i mascherati seguaci dell’Augustinus [Giansenio]? La gente non arrivava a capire perché costoro avessero a far tanto chiasso, sin a correre il rischio d’esser presi a sassate dal popolo, per ridurre la Chiesa ad un altar solo, e far tecere le prediche delle Missioni,, e degli Esercizi, e mutar la cuculla de’ Frati, e distruggere i Capitoli de le Cattedrali, nonché i Collegianti, e mutar la musica della Chiese, e i paramenti festivi e la solennità delle Processioni, delle Novene, dei Tridui: guerreggiare da forsennati pe’ mantellini delle Madonne e per le statue di Sant’Antonio, e per mutare il Breviario, e il Messale, e cantare in una lingua anzi che in un’altra, e altra forma dare alla penitenza,, alla consacrazione delle Chiese, e ogni cosa..Affari che per la massima parte pochi avrebbero capito perché tanto importassero ai Giansenisti, se no arrivava la rivoluzion de’ Filosofi a far vedere anche a’ ciechi quanta importanza si nascondesse nell’assuefare l’occhio delle moltitudini, che voleva sedursi, al cambiamento negli esercizj della Religione, che si voleva sradicare.»

[7]     È  legata alla vicenda della biblioteca quella di opere d’arte che Marchetti destinava a corredo devozionale ed ornamentale della stessa. Esse fanno pensare ad una piccola collezione di quadri raccolta negli anni; lo stesso Della Fanteria riferisce che negli anni ’90, il Marchetti aveva svolto l’incarico di datario de’ benefizi ecclesiastici di patronato della casa Colonna, “con tanta integrità e disinteresse, che (..) il Contestabile non solamente dimostravagli in ogni incontro singolare stima ed affetto, ma volle ancora rimunerarlo di spessi doni e del legato d’una tavola della celebre sua galleria, lavoro stimabilissimo del Tintoretto, che rappresenta la Crocifissione.” Mentre di tale opera non vi sono ulteriori notizie, uno studio è stato fatto sull’unico quadro a noi pervenuto, il San Giovanni nel deserto ritenuto da Marchetti di mano del Caravaggio e da lui destinato alla sala ingresso della biblioteca, che doveva appunto intilolarsi al santo. Il saggio di Wilfredo Simonini pubblicato in Giovanni Marchetti da Empoli, atti del tavolo di atudio Empoli 17/11/2012 ridimensiona l’opera, esposta  nella chiesa di S.Stefano degli agostiniani, a copia antica –se ne conoscono almeno altre due- dell’originale, vanto del Nelson Atkins Museum di Kansas City. Di un altro quadro citato nel testamento  di Marchetti, una Madonna attribuita a Guido Reni o ad Elisabella Sirani, e di cui si è avuto possibili notizie fino agli anni ’70 del secolo scorso, si è infine perso ogni traccia.

[8]   Il «Diario di Roma», voce ufficiale della curia romana, così commentò il 17 ottobre 1829 la morte di Marchetti: “Questo ragguardevole prelato seppe giustamente meritarsi la stima universale, non solo per le sue qualità morali, ma, eziandio, per le profonde cognizioni nelle teologiche e canoniche discipline di cui fece vasta copia nelle molte opere date alla luce ed in quelle particolrmente promulgate in difesa dei diritti della Santa Sede, le quali saranno testimoni eloquenti e durevoli del sommo suo sapere. Roma conserverà per molti anni la memoria di quest’insigne e sacro oratore”.

 

 

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