Monsignor Athanasius Schneider difende la dottrina cattolica

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Pubblichiamo, in una nostra traduzione, l’articolo di Diane Montagna, apparso sul suo sito Substack, che introduce e commenta l’ultima dichiarazione di Monsignor Athanasius Schneider, Vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, a proposito della questione delle consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Tale dichiarazione, riportata in calce, sempre nella nostra traduzione, costituisce, nella sua rigorosa semplicità, un pressante richiamo alla Fede cattolica ed alla sua incompatibilità con il Modernismo.

 

 

Vescovo Schneider: Un serio impegno del Vaticano nei confronti della FSSPX segnerebbe «l’inizio della fine» del progetto modernista

 

Il vescovo rompe il silenzio con una prima dichiarazione pubblica a seguito delle consacrazioni episcopali del 1° luglio.

ROMA, 17 agosto 2026 — Il vescovo Athanasius Schneider ha rilasciato la sua prima dichiarazione pubblica da quando Roma ha dichiarato che sei vescovi della Fraternità San Pio X sono incorsi in scomunica automatica a seguito delle consacrazioni episcopali della Fraternità tenutesi a Écône il 1° luglio, contro la volontà di Papa Leone XIV.

Sua Eccellenza è stato una voce schietta nel dibattito sulle consacrazioni, e la sua reazione alle conseguenze di tali eventi era attesa con particolare interesse. Nei mesi precedenti, aveva ripetutamente implorato Papa Leone XIV di concedere alla Fraternità San Pio X un mandato apostolico piuttosto che lasciare che l’atto procedesse senza la sua approvazione — in particolare in un «Appello fraterno» del 24 febbraio, che invitava il Papa ad agire come «costruttore di ponti» e metteva in guardia contro «un’ulteriore divisione, davvero inutile e dolorosa, all’interno della Chiesa».

In una nuova dichiarazione intitolata “Il dilemma tra la salvaguardia dell’integrità inequivocabile della fede cattolica e il riconoscimento canonico da parte del Papa” (testo completo di seguito), il vescovo Schneider sostiene che la Fraternità San Pio X si sia trovata di fronte a una scelta “tragica” e senza precedenti: rimanere fedeli alla dottrina cattolica così come è sempre stata insegnata oppure ottenere il riconoscimento formale della Santa Sede.

Egli inquadra la situazione attuale come un caso di dilemma già affrontato in passato nella storia della Chiesa, da Sant’Atanasio di Alessandria nel IV secolo. Quando papa Liberio, sotto la pressione imperiale, entrò in comunione con i vescovi ariani e pretese che Atanasio facesse lo stesso, Atanasio rifiutò — e fu scomunicato dallo stesso Papa, accusato di «turbare la pace della Chiesa».

L’ausiliare di Astana, in Kazakistan, non esprime alcun giudizio definitivo sulle azioni del Vaticano. Piuttosto, si propone di spiegare, attraverso questo esempio storico, il ragionamento alla base della decisione della Fraternità San Pio X. In alcune osservazioni rivolte a questa giornalista, Sua Eccellenza ha affermato: «Desidero offrire spunti per una riflessione più approfondita sulla situazione attuale della Chiesa, nonché esempi storici che favoriscano una maggiore comprensione del dilemma in cui la Fraternità San Pio X ritiene di trovarsi».

Nella sua dichiarazione, il vescovo Schneider sostiene inoltre che la Fraternità San Pio X, lungi dal minacciare l’unità della Chiesa, le rende «un grande servizio» — di «valore storico» — attraverso la sua insistenza sulla chiarezza dottrinale e liturgica.

Tale servizio, egli suggerisce, potrebbe avere conseguenze per l’intera Chiesa, qualora Roma decidesse di riconoscerlo: «Se la Santa Sede dovesse prendere sul serio questa posizione della Fraternità San Pio X — e, inoltre, riconoscere le ambiguità oggettive presenti in alcune dichiarazioni del Concilio Vaticano II e nel rito della Nuova Messa — ciò segnerebbe l’inizio della fine del progetto modernista all’interno della Chiesa, che di fatto ha avuto inizio più di cento anni fa».

 

Di seguito riportiamo la dichiarazione del Vescovo Athanasius Schneider

 

Il dilemma tra la salvaguardia dell’integrità inequivocabile della fede cattolica
e il riconoscimento canonico da parte del Papa

del Vescovo Athanasius Schneider

 

È utile ricordare un caso storico in cui un grande santo si trovò di fronte al seguente dilemma: la scelta tra la salvaguardia dell’integrità inequivocabile della fede cattolica e il riconoscimento canonico da parte del Papa. Quel santo era il Padre della Chiesa del IV secolo, Sant’Atanasio di Alessandria. Nel 357, Papa Liberio, dopo aver firmato una formula di fede ambigua (omettendo il termine dottrinale cruciale «consustanziale»), ordinò a Sant’Atanasio di entrare in comunione con i vescovi ariani e semi-ariani — vescovi con i quali lo stesso Papa, sotto la pressione dell’Imperatore, era purtroppo entrato in comunione. Sant’Atanasio rifiutò di obbedire al Papa, al che il Papa, secondo la testimonianza di Sant’Ilario di Poitiers e altre fonti storiche, lo scomunicò, accusandolo di turbare la pace della Chiesa. Nonostante fosse stato scomunicato dal Papa, Sant’Atanasio continuò a governare la sua diocesi ad Alessandria e mostrò persino comprensione per la condotta deplorevole di Papa Liberio. Tuttavia, Papa San Damaso, successore di Papa Liberio, ringraziò Sant’Atanasio e lo consultò sugli affari dei vescovi orientali. Papa Liberio fu il primo Papa a non essere canonizzato, mentre Atanasio non solo fu canonizzato, ma anche dichiarato Dottore della Chiesa.

Oggi Sant’Atanasio sarebbe considerato uno scismatico secondo la definizione di “scisma” contenuta nell’attuale Codice di Diritto Canonico, poiché rifiutò di rimanere in comunione con i membri della Chiesa (vescovi eretici e semi-eretici) che erano canonicamente riconosciuti e quindi soggetti al Papa.

Anche le consacrazioni episcopali celebrate a Écône dalla Fraternità San Pio X (SSPX) il 1° luglio 2026 rappresentano un esempio di questo raro dilemma: dover scegliere tra preservare l’integrità inequivocabile della fede cattolica, così come è stata insegnata dal Magistero nel corso dei secoli, oppure ottenere il riconoscimento canonico da parte del Papa. Questo dilemma è evidente nelle condizioni poste dal Papa per il riconoscimento canonico della FSSPX: essa deve accettare alcune ambiguità dottrinali di recente introduzione (come si riflette in alcuni insegnamenti non definitivi del Concilio Vaticano II di carattere pastorale e in certe affermazioni e atti del Magistero postconciliare), nonché accettare non solo la validità ma anche la correttezza (legittimità) del rito della Nuova Messa — nonostante la sua vaghezza dottrinale e rituale, che segna una chiara rottura con il tradizionale Rito Romano.

Nell’affrontare questa complessa questione, è essenziale mantenere una prospettiva sobria, chiarire la terminologia e tenere ben presenti il vero e ultimo obiettivo della Chiesa e la sua grande tradizione; poiché tale tradizione risale ben oltre i recenti secoli o decenni. Nel farlo, occorre anche considerare situazioni analoghe tratte dalle grandi crisi della storia della Chiesa.

Nel corso degli ultimi secoli, all’interno della Chiesa si sono verificati due sviluppi malsani che hanno portato a una visione ristretta della realtà: la tendenza a considerare l’aspetto giuridico come quasi assoluto, ovvero il legalismo; e la tendenza a rendere assoluta la figura del Papa e l’obbedienza nei suoi confronti, ovvero il papalismo. Il legalismo, ovvero la rigida adesione alla lettera della legge, e il papalismo, ovvero l’obbedienza indifferenziata e quasi assoluta al Papa, hanno finito per prevalere sulla necessità di chiarezza nella fede e nella liturgia. Eppure, durante ogni grande crisi dottrinale nella storia della Chiesa, la regola ferrea era quella di evitare qualsiasi tipo di ambiguità dottrinale, come nel caso di Papa Onorio I, le cui lettere dottrinalmente ambigue, emanate nell’ambito del suo Magistero ordinario, furono fermamente condannate dai Papi successivi e da tre Concili Ecumenici, nonostante i tentativi del suo secondo successore, Papa Giovanni IV, di applicare una sorta di ermeneutica della continuità.

Ai nostri giorni, all’interno della Chiesa si sostiene ampiamente che non possa sorgere alcun conflitto di coscienza tra l’obbedienza al Papa e la salvaguardia della purezza inequivocabile della fede. Ciò significa, in ultima analisi, che l’obbedienza al Papa è tenuta in così alta considerazione da far ritenere preferibile accettare ambiguità in materia di fede e di riti liturgici piuttosto che agire contro un comando del Papa — anche se tale comando è solo umano e può essere imperfetto. Inoltre, è emersa anche una concezione ristretta della comunione, sia con il Papa che con la Chiesa. L’obbedienza al Papa è vista come indistinguibile dalla comunione con la Chiesa. Ciò rischia di elevare l’obbedienza al Papa allo stesso livello dell’obbedienza alla rivelazione divina di Dio.

Occorre inoltre distinguere tra legge positiva — ovvero le norme disciplinari emanate dall’autorità umana della Chiesa — e la Legge Divina, cioè le verità di fede rivelate da Dio. Nessuno può contraddire la Legge Divina e rimanere cattolico. In circostanze davvero straordinarie e rare, tuttavia, un cattolico può essere tenuto in coscienza ad agire in contrasto con la legge positiva, proprio per rimanere fedele senza compromessi alla Legge Divina.

I concetti stessi di «scisma» e «sottomissione» non sono stati ancora pienamente chiariti nella loro applicazione concreta e pratica. Il Codice di Diritto Canonico (Canone 751) definisce lo scisma come «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti». Infatti, nella storia recente della Chiesa è emersa un’interpretazione molto restrittiva dei termini «scisma» e «sottomissione», in cui la disobbedienza materiale al Papa — a prescindere dall’intenzione — viene praticamente equiparata allo scisma formale.

Occorre inoltre tenere presente lo stato di scisma formale, che implica il rifiuto, in linea di principio, dell’autorità papale attraverso l’istituzione di una gerarchia separata — come avvenne con la Chiesa greco-ortodossa nel 1054 e, successivamente, con i numerosi e vari gruppi sedevacantisti fino ai giorni nostri. Tuttavia, non si può parlare di uno stato di scisma formale fintantoché persiste la fede soprannaturale nel dogma del primato e dell’infallibilità papali, insieme al desiderio di vivere in concreta sottomissione all’autorità papale — anche se, a causa di una crisi straordinaria nella Chiesa, ciò non possa per il momento essere pienamente realizzato. Tale crisi straordinaria nella Chiesa può comportare un temporaneo offuscamento o una sospensione del dovere principale del ministero papale, vale a dire difendere e proclamare, senza ambiguità, l’integrità della fede e della liturgia cattolica.

Lo stesso vale per il concetto di “comunione” con il Papa. Per un periodo molto lungo, le ordinazioni episcopali venivano celebrate senza il coinvolgimento diretto del Papa, e le Chiese particolari e i singoli vescovi esprimevano la loro comunione con lui in vari modi. Solo in una fase successiva della storia della Chiesa i Papi hanno richiesto che ogni ordinazione episcopale avvenisse con mandato papale. Tuttavia, anche dopo tale sviluppo, il Diritto Canonico non considerava le ordinazioni episcopali illecite — cioè quelle celebrate contro la volontà del Papa — come reati contro l’unità della Chiesa, come atti intrinsecamente scismatici o come intrinsecamente malvagi. Ancora oggi, l’attuale Codice di Diritto Canonico annovera le ordinazioni episcopali illecite tra i reati relativi alla celebrazione dei sacramenti o le classifica come atti di usurpazione di ufficio.

Infatti, la norma che richiede un mandato papale per le consacrazioni episcopali è una questione di diritto positivo, non di Diritto Divino. Altrimenti, questa norma sarebbe stata osservata nel corso dell’intera storia della Chiesa, sempre, ovunque e da tutti, senza eccezioni. Naturalmente, un mandato papale per le consacrazioni episcopali è di norma necessario ed è stato saggiamente stabilito per garantire meglio la sottomissione gerarchica dell’episcopato al Papa.

La natura straordinaria dell’attuale crisi nella Chiesa emerge, nel caso in esame, dal fatto che una comunità la cui caratteristica essenziale è il desiderio di essere fedele al Papa — e la Fraternità San Pio X si considera tale — si trova di fronte a una scelta tragica: o obbedire al Papa, e quindi essere costretta ad accettare aspetti incerti e poco chiari della dottrina e della liturgia, oppure disobbedire al Papa in una questione di grave importanza, come la consacrazione dei Vescovi, con l’unico intento di preservare i mezzi per trasmettere la fede e la liturgia nella loro piena integrità — come servizio alle anime, e quindi all’intera Chiesa, compreso lo stesso papato.

Non si deve inoltre trascurare la portata della crisi attuale della Chiesa, ma piuttosto considerarla con onestà, risalendone alle radici stesse. Queste radici affondano in alcune affermazioni dottrinali vaghe e ambigue del Concilio Vaticano II che, negli ultimi sessant’anni, hanno seminato confusione, come il relativismo dottrinale derivante dall’insegnamento e dalla pratica dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, che hanno contribuito a minare l’unicità di Gesù Cristo e della Sua Chiesa come unica via di salvezza. Inoltre, alcune lacune dottrinali e rituali della riforma liturgica, con le sue tendenze protestantizzanti, hanno oscurato la natura sacrificale centrale della Messa e il suo orientamento cristocentrico.

San John Henry Newman formulò la seguente osservazione degna di nota e di grande attualità: «I vescovi, quando non insegnano formalmente [ex cathedra], possono sbagliare, come abbiamo visto accadere nel IV secolo. Papa Liberio potrebbe firmare una formula eusebiana [ariana] a Sirmium, e la maggioranza dei vescovi ad Ariminum [Rimini] o altrove, e tuttavia essi potrebbero, nonostante questo errore, essere infallibili nelle loro decisioni ex cathedra» (Arians of the Fourth Century, Londra 1876, p. 464). Ciò che il Vescovo di Ratisbona, Mons. Rudolf Graber, affermò più di cinquant’anni fa, caratterizza ancora di più l’attuale situazione della Chiesa: «Ciò che accadde oltre 1600 anni fa si sta ripetendo oggi, ma con due o tre differenze: Alessandria è oggi l’intera Chiesa universale, la cui stabilità viene scossa, e ciò che all’epoca fu compiuto con la forza fisica e la crudeltà viene ora trasferito su un piano diverso. L’esilio è sostituito dalla reclusione nel silenzio dell’essere ignorati, l’uccisione dall’assassinio morale» (Atanasio e la Chiesa del nostro tempo, Edimburgo 1974, p. 23; originale: Athanasius und die Kirche unserer Zeit, Abensberg 1973).

La Fraternità San Pio X è praticamente l’unica comunità nella Chiesa odierna che richiama apertamente l’attenzione sulle evidenti ambiguità dottrinali presenti in alcune dichiarazioni conciliari e nel rito della Nuova Messa, chiedendo un loro chiarimento inequivocabile e, se necessario, persino una modifica, in conformità con il Magistero costante della Chiesa. L’«ermeneutica della continuità» o della «riforma nella continuità» — un approccio di per sé valido e utile — può anche diventare una sorta di «camicia di forza», che si limita a coprire, in modo puramente cosmetico, le ferite causate dalle ambiguità e dalla confusione dottrinali e liturgiche. In effetti, la Santa Sede richiede una sorta di ragionamento circolare: tutto è in ordine, a condizione che si compiano sforzi intellettuali sufficientemente intensi.

Infatti, con la sua instancabile insistenza sulla chiarezza dottrinale e liturgica, la Fraternità San Pio X rende un grande servizio all’intera Chiesa — un servizio di valore storico. Se la Santa Sede prendesse sul serio questa posizione della Fraternità San Pio X — e, inoltre, riconoscesse le ambiguità oggettive presenti in alcune dichiarazioni del Concilio Vaticano II e nel rito della Nuova Messa — ciò segnerebbe l’inizio della fine del progetto modernista all’interno della Chiesa, che di fatto ebbe inizio più di cento anni fa.

L’attuale crisi tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X può essere illustrata anche dalla seguente parabola: In una grande casa scoppia un incendio. Il comandante dei vigili del fuoco permette l’uso solo dei nuovi metodi antincendio, anche se questi si sono dimostrati meno efficaci dei vecchi metodi e strumenti collaudati. Un gruppo di vigili del fuoco sfida questo ordine, continua a utilizzare i metodi collaudati e recluta persino nuovi vigili del fuoco — il tutto nonostante il divieto del comandante — e, in effetti, l’incendio viene domato in molti punti. Eppure questi pompieri vengono bollati come disobbedienti e scismatici e vengono puniti per questo.

Per estendere ulteriormente la parabola: il comandante dei vigili del fuoco ora ammette solo quei pompieri che riconoscono i nuovi metodi e rispettano le nuove regole della caserma. Ma data l’enormità dell’incendio, la lotta disperata per contenerlo e l’insufficienza dei metodi ufficiali, altri soccorritori intervengono altruisticamente — nonostante il divieto del comandante — apportando competenza, conoscenza e buone intenzioni, e alla fine contribuendo a salvare proprio quella casa che il comandante stava cercando di proteggere.

Col passare del tempo, le circostanze storiche cambiano e emerge un nuovo capo dei vigili del fuoco — uno che riconosce gli effetti negativi dei nuovi metodi antincendio. Non solo concede il permesso di utilizzare nuovamente i vecchi metodi collaudati, ma ne diventa egli stesso un fervente sostenitore. Riconosce inoltre il contributo di quei vigili del fuoco che un tempo erano stati fraintesi, puniti severamente, trattati come emarginati ed espulsi in quanto ribelli — e li accoglie nuovamente nelle file. Alla fine, una volta superato quel grande sconvolgimento, ciò che un tempo era stato condannato come disobbedienza e ribellione si rivelò essere stato un atto di impegno altruistico.

La storia rivelerà un giorno se le seguenti parole di Sant’Agostino si applicano alla situazione attuale della Fraternità San Pio X:

«Spesso la Divina Provvidenza permette che anche uomini buoni vengano allontanati dalla congregazione di Cristo a causa delle turbolente sedizioni di uomini carnali. Quando, per amore della pace della Chiesa, sopportano pazientemente quell’insulto o quel torto, senza tentare alcuna novità in materia di eresia o scisma, insegnano agli uomini come si debba servire Dio con un animo retto e con grande e sincera carità. L’intenzione di tali uomini è quella di tornare quando il tumulto si sarà placato. Ma se ciò non è permesso perché la tempesta continua o perché il loro ritorno potrebbe scatenarne una ancora più violenta, essi rimangono saldi nel loro proposito di cercare il bene anche di coloro che sono responsabili dei tumulti e delle agitazioni che li hanno cacciati. Non formano conventicoli separati, ma difendono fino alla morte e sostengono con la loro testimonianza la fede che sanno essere predicata nella Chiesa cattolica. Questi il Padre, che vede nel segreto, li corona segretamente. Sembra che si tratti di una rara specie di cristiani, ma gli esempi non mancano. Così la Divina Provvidenza usa ogni sorta di uomini come esempi per la cura delle anime e per l’edificazione del suo popolo spirituale» (De vera religione, 6,11).

Ciò che Sant’Atanasio scrisse ai suoi confratelli vescovi in tutto il mondo nel mezzo di una straordinaria crisi di fede è applicabile anche al nostro tempo:

«I canoni e i decreti della Chiesa non sono stati emanati ai giorni nostri, ma ci sono stati tramandati in modo corretto e costante dai nostri antenati. Né la fede ha avuto inizio in questo tempo, ma ci è stata tramandata dal Signore attraverso i Suoi discepoli. Affinché quindi le ordinanze che sono state conservate nelle chiese dai tempi antichi fino ad oggi non vadano perdute ai nostri giorni, e il compito che ci è stato affidato ci venga richiesto, risvegliatevi, fratelli, in quanto amministratori dei misteri di Dio, vedendoli ora usurpati da estranei» (Ep. encyclica, 1).

Dio, nella Sua Provvidenza, traccia linee rette anche con tratti che, da un punto di vista meramente giuridico, appaiono storti. Possa Egli concedere che quel giorno giunga presto. Rallegriamoci in mezzo alle tribolazioni e diciamo: credo nell’invincibilità della Chiesa e del Papato, e credo che la Santa Sede un giorno risplenderà nuovamente come Cattedra della verità davanti al mondo intero.

 

 

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