Mercoledì scorso il Viceministro degli Esteri, Emanuela Del Re, ha concluso un viaggio diplomatico, di una decina di giorni, nel Corno d’Africa. Ha visitato Etiopia, Eritrea, Gibuti e Somalia; il viaggio segue quello effettuato dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, l’11 ed il 12 ottobre scorsi e viene a porsi come necessaria coda operativa di questo.

Questi due viaggi segnano una totale inversione di tendenza della nostra politica in quell’area. Per più di vent’anni il nostro Paese è rimasto completamente assente dalla regione, rinunciando al suo ruolo storico; occorre anche aggiungere che, nel corso dell’ultima decade, i nostri rapporti con l’Eritrea sono progressivamente peggiorati, poiché, aderendo alle esagerate accuse dell’allora Presidente degli Stati Uniti, Barack Hussein Obama, si erano imposte al Paese africano sanzioni del tutto sproporzionate rispetto alla realtà. Questa politica ha avuto effetti deleteri tanto sul fronte interno, quanto su quello internazionale: sul fronte interno ha prodotto la concessione, pressoché automatica, dello status di rifugiato a chiunque dichiarasse di provenire dall’Eritrea, con arrivi in Italia di “eritrei” provenienti da quasi tutti i Paesi circonvicini, come le sproporzionate statistiche dell’arrivo di eritrei sul nostro suolo patrio stanno a testimoniare; sul fronte internazionale, ha contribuito a promuovere l’immagine dell’Italia come quella di un Paese che lavora per svuotare gli Stati africani delle loro migliori energie.

La politica dell’attuale Esecutivo pare muoversi in direzione diametralmente opposta. Riprendendo la tradizionale politica italiana nell’area e sfruttando l’ottimo ricordo che la nostra presenza coloniale ha lasciato in le tutte popolazioni, tanto in Etiopia che in Eritrea, oltre che, ovviamente, in Somalia, sta cercando di indicare a questi due Paesi la via dello sviluppo nella pace e nella collaborazione tra loro, attraverso la collaborazione con Roma.

L’Eritrea, soprattutto dopo la colonizzazione italiana (1890-1941), sviluppò una coscienza nazionale ed un desiderio di indipendenza, frustrato dalla sua annessione all’Etiopia (1947-1993). A partire dal 1960, anno della nascita del Fronte di Liberazione Eritreo (Fle), iniziò una lunga guerra di secessione, che sarebbe culminata con l’indipendenza (1993), ad opera del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (Flpe), di ideologia marxista, ma, soprattutto, egemonizzato dai Tigrini, popolazione a cavallo del confine con l’Etiopia. Nel 1993 divenne Presidente dell’Eritrea Isaias Afewerki, leader dell’Flpe.

L’indipendenza dell’Eritrea giunse solo grazie all’alleanza militare tra i movimenti tigrini, etiopico ed eritreo, dei quali il primo, guidato da Meles Zenawi (1955-2012), prese il potere ad Addis Abeba, mentre il secondo, al comando di Isaias Afewerki, portò l’Eritrea all’indipendenza, ma con una fortissima egemonia tigrina al suo interno.

L’Etiopia è sempre stata un grande impero egemonizzato dagli Amara, popolazione che abita l’altopiano intorno ad Addis Abeba, che ha mantenuto le altre popolazioni stato di soggezione, sia sotto la monarchia del Negus, che sotto il regime comunista di Mènghistu Hailè Mariàm. Le altre etnie si ribellarono, sotto la guida dei Tigrini, a partire dal 1987 e riuscirono a prendere il potere nel 1991, portando Zenawi ai vertici dell’Esecutivo, prima come Presidente della Repubblica (1991-1995), poi come Primo Ministro (1995-2012), fino alla sua morte. I Tigrini, quantunque in Etiopia rappresentino poco più del 6% della

popolazione, hanno instaurato un regime di forte nazionalismo di minoranza.

Etiopia ed Eritrea, entrambe guidate da Tigrini, lungi dall’intrattenere relazioni amichevoli, se non di alleanza, accusarono una crescente ostilità reciproca, che culminò, nel 1998, in una vera e propria guerra, che si concluse, formalmente, con la Pace di Algeri (12 dicembre 2000), anche se gli etiopici hanno continuato ad occupare i territori che si erano impegnati a restituire all’Eritrea, con conseguenti continue tensioni tra i due Paesi.

Il nazionalismo di minoranza dei Tigrini ha creato fortissimi malcontenti, sfociati in disordini, anche di una certa entità, a partire dal 2015, soprattutto tra le due etnie principali: gli Oromo, i famosi Galla di cui tanto ha scritto il Cardinal Guglielmo Massaja (1809-1889) nelle sue memorie[1], (30% della popolazione) e gli Amara (più del 27% della popolazione). Questo ha indotto il partito al potere a nominare suo leader e, conseguentemente, Primo Ministro il Presidente dell’Organizzazione Democratica del Popolo Oromo, Abiy Ahmed Ali (2 aprile 2018). Tale mossa ha pacificato tutto il Paese.

Siffatto clima di distensione ha immediatamente mostrato i suoi effetti anche a livello regionale, rasserenando l’atmosfera in tutto il Corno d’Africa; il 16 settembre scorso, il presidente eritreo Afewerki ed il Primo Ministro etiope Ahmed hanno firmato, a Gedda, in Arabia Saudita, un accordo che li obbliga, tra l’altro, a riaprire le rispettive ambasciate ed a normalizzare i loro rapporti.

Intrattenere rapporti con gli Stati del Corno d’Africa e, soprattutto, pacificare quell’area, nel segno della collaborazione con Riad, rappresenta, per l’Arabia Saudita, la possibilità di controllare l’ingresso meridionale del Mar Rosso, anche nell’ipotesi che non riuscisse a reprimere, insieme all’alleanza sunnita, la rivolta degli sciiti dello Yemen. A questo fine, risulta indispensabile un’assoluta e totale stabilizzazione dell’Eritrea ed una sua disponibilità a concedere ai custodi della Mecca l’uso dei propri porti, soprattutto in chiave anti-iraniana. La ritrovata cordialità di rapporti anche tra Eritrea e Gibuti certamente rafforza questo disegno.

In quest’area stanno intervenendo pesantemente anche Russia e Cina, nel tentativo di assicurarsi l’accesso ai porti eritrei.

Questo affollamento di potenze in un unico scacchiere rende la presenza italiana particolarmente importante e, almeno in questa fase, gradita a tutti, come elemento pacificatore.

Per noi, questo ruolo può essere particolarmente vantaggioso, almeno sotto due punti di vista. In primo luogo, ci permette di riassumere il nostro storico ruolo nell’area. Ricordiamo che l’Etiopia è un Paese a crescita economica e demografica altissima, ai primi posti su scala planetaria da una quindicina d’anni, anche se i livelli di partenza erano tra i più bassi del mondo. Le prospettive di collaborazione con l’Italia sono ottime, anche per la grande complementarietà delle rispettive economie: quella etiope è in rapida crescita, ma presenta enormi problemi strutturali, sia dal punto di vista agricolo e di gestione delle acque, che sotto il profilo della meccanizzazione industriale; quella italiana, invece, ha enormi problemi di crescita, ma è particolarmente avanzata ed ha eccellenze a livello mondiale proprio nelle grandi costruzioni, specialmente nella gestione idrica, nella produzione di infrastrutture e macchinari per l’industria.

In secondo luogo, poi, una stabilizzazione, soprattutto dell’Eritrea, potrebbe ridurre in maniera drastica la concessione dello status di rifugiato a chi proviene da quel giovane Paese; non è neppure escluso che, nel clima di ritrovata collaborazione, possono venire sottoscritti trattati di riammissione di clandestini approdati sul nostro suolo patrio.

In conclusione, possiamo dire che, almeno in questi primi mesi, il nuovo Esecutivo stia alacremente lavorando, affinché l’Italia si riappropri, nel contesto internazionale (qui) del suo tradizionale ruolo, a partire proprio da quel rapporto privilegiato con le nostre ex colonie (qui) che esse stesse ci richiedono.

 

[1] Cfr, ad esempio, Cristina Siccardi, Il Cardinal Guglielmo Massaja missionario in Africa. Della solitudine della Croce, San Paolo editore, Cinisello Balsamo 2011, p. 56, nota 89.

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