Egregio Direttore,

la fine di ogni anno è, come si dice, «tempo di bilanci» e di prospettive. Sempre si dice che l’anno appena trascorso è stato importante, ha segnato una svolta, ha aperto vie nuove per quello che verrà… ma se questo vale per tutti gli anni, allora non vale per nessuno. Qual è la giusta prospettiva? Come si può valutare l’importanza di un anno rispetto ad altri?

Raf cantava «Cosa resterà di questi Anni Ottanta / chi la scatterà la fotografia?». E, di questo 2018, che cosa “passerà alla Storia” e che cosa svanirà, una volta cessati i clamori della cronaca? Che cosa è degno di essere tramandato ai miei nipoti?

E, soprattutto, possiamo dare un giudizio complessivo sull’anno che si va chiudendo e trarre delle previsioni per quello che verrà?

Mi permetta una confidenza personale: ogni anno che passa mi è sempre più difficile rispondere alle domande che Le ho posto sopra. Mi sento sempre meno capace di giudizi d’insieme e sempre più schiacciato sul singolo fatto, dimenticando quanto è avvenuto prima e non prevedendo quanto potrà avvenire dopo.

La ringrazio se vorrà rispondermi e, in ogni caso, auguro a Lei ed a tutta la Redazione un 2019 ricco di soddisfazioni.

Pierpaolo Annibali – pensionato

——————————

Egregio Signor Annibali,

i temi che Ella pone, a prescindere dalla discorsività della forma, propria di una lettera al Direttore, sono di grande importanza e vanno al cuore della filosofia della Storia. Da un lato, si domanda quale sia il criterio attraverso il quale si devono gerarchizzare i fatti e, conseguentemente, l’importanza dei periodi storici in cui essi sono avvenuti e, dall’altro, mi richiede di trarre, da tale criterio, un giudizio specifico sugli eventi più rilevanti dell’anno che sta finendo.

Una premessa si impone: quantunque esistano anni che racchiudono in sé eventi di maggior momento e, quindi, possono essere definiti come «più importanti» di altri, nessun evento nasce come un fungo, isolato da quelli che lo hanno preceduto e privo di conseguenze per quelli che seguiranno; di conseguenza, anche gli eventi più importanti, che rendono più importanti gli anni in cui accadono, sono preparati da quanto accaduto negli anni precedenti, magari privi di fatti eclatanti, ma, non per questo, meno decisivi per il fluire della Storia.

Da un punto di vista concettuale, si potrebbe quasi affermare che gli eventi preparatori, essendo causa (o, almeno, concausa) dei fatti più eclatanti, siano più importanti di questi. È chiaro, però, che gli accadimenti di maggior momento, quantunque effetti delle dinamiche storiche che li preparano, racchiudono in sé una potenza evocativa e simbolica particolare, capace di mutare il corso della Storia e di rappresentare il mutamento stesso. Ecco perché, nel divenire storico, molti degli effetti divennero più importanti delle loro cause.

Il criterio, dunque, è quello che guarda alla capacità di influenzare la Storia successiva e, in modo particolare, la cultura ed il modo di pensare delle popolazioni interessate. Questo criterio, però, non privilegia unicamente i fatti eclatanti, poiché vi possono essere mutamenti culturali che si affermano in maniera graduale e lenta; si pensi, a titolo di esempio, alla rivoluzione industriale, che ha mutato il modo di vivere dell’intero Occidente, ma che non può essere riassunta in un unico episodio ed in un unico anno.

Per applicare questo criterio agli eventi che maggiormente hanno caratterizzato l’anno che va a chiudersi, possiamo dire che sono maturati eventi che vanno a coronare un lungo percorso di preparazione. Senza pretesa di esaustività e infallibilità del giudizio (gli storici ritengono che, per giudicare la rilevanza di un fatto storico, occorra lasciar passare almeno 25 anni, in modo che, interponendo un sufficiente lasso di tempo, il giudizio possa essere più sereno e, conseguentemente, più preciso), proveremo a citarne alcuni.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’evento, a mio modo di vedere, più significativo è la nascita dell’attuale Governo. Le elezioni del 4 marzo scorso sono state il coronamento di un rapido processo di disillusione dei nostri connazionali nei confronti dell’Unione europea e delle sue Istituzioni: la prima coalizione è stata quella di centro-destra, all’interno della quale la Lega, più che triplicando i suoi voti, è divenuto partito egemone, dandole una coloritura almeno euro-critica, se non apertamente euro-scettica; il primo partito è stato il Movimento 5 Stelle, che, da tutt’altro versante, nella sua alternatività al sistema contiene, al suo interno, una fortissima dose di ostilità nei confronti dei parametri e delle procedure di Bruxelles. Che questi due partiti abbiano trovato un accordo di Governo ed abbiano formato un Esecutivo insieme ha completamente rivoluzionato il panorama politico italiano: di fatto le opposizioni (e, in particolare, il Partito democratico) si sono liquefatte; sempre di più la politica del nostro Paese si concentra sulle due forze politiche di Governo, che sono sempre più egemoni nei rispettivi campi, in attesa di scontrarsi per la leadership nazionale. Alla contrapposizione tra Partito socialista europeo e Partito popolare europeo, si è sostituita la lotta tra un “sovranismo” di destra, rappresentato dalla Lega, ed un “sovranismo” di sinistra, rappresentato dal Movimento 5 Stelle.

Sul piano internazionale, gli eventi più significativi sono la nuova politica estera statunitense e l’annuncio della fine della carriera politica di Angela Merkel. Quest’anno, a differenza di quanto era avvenuto in quello scorso, Donald Trump ha progressivamente attuato la sua idea di relazioni internazionali, soprattutto su due scacchieri particolarmente delicati: il Pacifico ed il Medio Oriente. Nel primo scacchiere, ribaltando la tradizionale politica filo-cinese dei democratici, ha iniziato un confronto politico, economico e militare con Pechino, confronto che, per ora, vede la vittoria di Washington, concretizzatasi con due accordi: uno militare, finalizzato alla denuclearizzazione della penisola coreana, firmato con la Corea del Nord; ed uno commerciale, teso ad impedire una guerra doganale.

Sullo scacchiere mediorientale, il recente annunciato ritiro delle truppe USA dalla Siria ha cambiato in maniera profonda gli equilibri nell’area (qui e qui).

L’annunciato ritiro dalla vita politica di Angela Merkel segna, anche simbolicamente, la fine dell’Unione europea, così come l’abbiamo conosciuta ed apre prospettive completamente diverse, che si preannunciano concretizzarsi già alle elezioni europee del maggio prossimo.

Possiamo dire che il 2018 rappresenti, a livello planetario, il consolidarsi delle tendenze che erano già emerse con il referendum britannico sull’uscita dell’Unione europea (23 giugno 2016) e con le elezioni di Donald Trump alla presidenza USA (8 novembre 2016).

Questi segnali comportano l’affermarsi di un mondo multipolare e l’entrata in crisi delle grandi organizzazioni sovranazionali, Unione europea e Nazioni Unite in testa. Questo processo sta progredendo ed ha visto nell’anno che si va a chiudere un suo importante consolidamento, ma è ancora fragile e necessita di proseguire questo cammino anche negli anni a venire.

 

 

Facebook
Google+
Twitter
LinkedIn
Stampa
Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *